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Le Orme - Verità Nascoste (1976)


3 aprile 2012 ore 17:22   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 700 persone  -  Visualizzazioni: 1078

Contrappunti, che con ogni probabilità fu più gradito alla critica che al pubblico, fu, sotto l’aspetto commerciale, un mezzo flop; per ridare fiato alle vendite, Le Orme, nel 1975, partecipano al Festivalbar con un brano "estivo": Sera. Le atmosfere sono le stesse, l’esecuzione pure; però è innegabile che si tratti di un brano più leggero ed orecchiabile del solito.

Il gruppo, adesso, decide di dare una svolta alla sua produzione e decide di ingaggiare un chitarrista. Le Orme, quindi, tornano ad essere quattro, anche se l’esperimento del "quarto uomo" Gian Piero Reverberi, al pianoforte in Contrappunti, era palesemente un esperimento. Il prescelto è un giovane chitarrista di Treviso, Tolo Marton; con lui, il gruppo vola a Los Angeles per registrare il nuovo LP, Smogmagica. Marton è un musicista talentuoso e di carattere, e lo dimostra collaborando alla composizione di tutti i brani ed attribuendo al sound del gruppo un’impronta decisamente più rock, ma anche con sfumature blues. Il disco, va detto senza indugi, non piacerà più di tanto ai sostenitori del gruppo, tant’è vero che il brano più apprezzato dell’album sarà la splendida Amico di ieri, cioè quello in cui il marchio di Tolo Marton risulterà meno evidente. E a poco varranno il suono, davvero eccellente, la bellissima copertina di Paul Whitehead (vedi Genesis e Van der Graaf Generator) e le indubbie qualità tecniche del nuovo acquisto. Sarà l’ultimo album prodotto da Gian Piero Reverberi; inoltre, al primo dissidio, Tolo Marton abbandonerà il gruppo, dopo un solo disco e praticamente senza essersi mai esibito dal vivo con Le Orme.


Ricordo che subito dopo lessi, sulla pagina della posta di una rivista specializzata, la lettera di un fan del gruppo che stigmatizzava la figura di Tolo Marton, definendolo un borioso e un "rovinafamiglie". La risposta dell’artista trevigiano fu stizzita, ma, va ammesso, da gran signore; Marton fece garbatamente valere le proprie ragioni, senza però rivolgere critiche strumentali ai propri ex compagni. Del resto, Tolo Marton avrà di che rifarsi in seguito, diventando uno dei chitarristi italiani più apprezzati del panorama musicale mondiale.

La band italiana, a questo punto, che ha fatto l’abitudine ad essere un quartetto, si mette alla ricerca di un nuovo chitarrista, trovandolo nella persona dell’appena diciannovenne Germano Serafin, anche lui di Treviso. Nonostante la giovanissima età, Serafin è dotato di tecnica sopraffina, ma, a differenza del suo predecessore, è maggiormente integrato nel gruppo. La sua prima collaborazione col trio veneziano sarà un altro 45 giri "estivo", Canzone d’amore – è la prima volta che Le Orme si cimentano con un testo del genere – che avrà un notevole successo. Era certo singolare sentire accostata, al juke-box, Canzone d’amore a Non si può morire dentro (il vero tormentone del 1976) e a La prima volta (davvero tremendo); è innegabile, però, che, pur nella sua leggerezza, il singolo spicca su tutti per freschezza ed esecuzione.

Il primo album del nuovo corso si chiamerà Verità nascoste e sarà autoprodotto. Come per il precedente, anche per questo disco il neoformato quartetto si reca all’estero (ai Nemo Studios di Londra). Sarà senz’altro un disco più vicino alla produzione antecedente Smogmagica, anche perché Germano Serafin si mette, diligentemente e con umiltà, al servizio del gruppo, ma i tempi di Collage, Uomo di pezza e Felona e Sorona sono oramai lontani. Fanno posto ad un suono pur sempre molto ricercato, ma studiato, con ogni probabilità, per compiacere una più grande fetta di pubblico, specialmente sul piano dei testi. Questo attirerà sul gruppo le ire dei cultori dell’ "alternativoatuttiicosti"; del resto parte del pubblico, e forse anche della critica, specialmente quella più politicizzata, già in tempi passati aveva mal digerito la manifesta appartenenza delle Orme alla fede cattolica e brani, nel loro repertorio, di stampo un tantino moraleggiante.

Intendiamoci: Verità nascoste NON è il miglior disco delle Orme. La "svolta rock" fece storcere il muso a molti fan, me compreso, ma non stiamo parlando certo di un dischetto qualunque. E’ di sicuro molto migliore dei suoi successori; anzi, penso di poter affermare che stiamo parlando dell’ultimo vero grande disco delle Orme. Pur mancando dell’originalità e della creatività di Uomo di Pezza e di Felona e Sorona, è un’opera che comunque, alla fine, non lascia del tutto a bocca amara, anzi: c’è più di un momento di eccellenza, in particolar modo quando Le Orme diffondono atmosfere. E’ indubbio che diversi momenti importanti della nostra vita sono contrassegnati da una canzone; da qui, il grande potere evocativo della musica. Quando poi per "momenti importanti" intendiamo la nostra adolescenza o, comunque, la nostra gioventù, questo potere evocativo cresce a dismisura e finisce sovente col rendere dei piccoli capolavori delle canzoni che, in realtà, capolavori non sono. Non è, però, il caso di Verità Nascoste. Magari lo è in piccola parte.

Le Orme, magari pur con qualche banalità di troppo, hanno comunque avuto sempre il coraggio di affrontare argomenti "scomodi": l’aborto (La fabbricante d’angeli in "u"Contrappunti"u"), le proteste operaie (Maggio, sempre in Contrappunti), la violenza carnale (Gioco di bimba in Uomo di pezza), la prostituzione e la cementificazione delle nostre città (Era inverno e Cemento armato in Collage); questa volta il gruppo si schiera apertamente contro la droga.

Si inizia con Insieme al concerto, cronaca di un concerto dal vivo – niente stadi, semplicemente un locale – che consente, per un momento, di staccare la spina; le sensazioni positive continuano anche dopo, fuori dal locale (che sera di luna piena, non aspettiamo l’autobus), ma, anche se sarebbe bello restare ancora fuori, è quasi mattino: bisogna tornare alla quotidianità e conservare nella propria memoria questo bel ricordo. Serafin riempie gli spazi con le sue chitarre e Pagliuca lo "serve" con il suo Hammond. Segue In ottobre…, lungo brano dedicato a Londra, con un magistrale finale in stile Emerson, Lake & Palmer, ma con Michi dei Rossi scatenato a condire il già forte supporto della sua batteria con altre percussioni. La title-track costituisce, invece, almeno per la produzione del tempo del gruppo, un caso particolare. Se i testi dei primi due brani – come, del resto, quelli di quasi tutto l’album – sono più concreti del solito, qui torniamo in una dimensione più complessa e più congeniale alle abitudini del quartetto veneziano, anzi, quasi onirica, nel trattare il tema della nostalgia di un amore finito (vorrei tornar nei nostri luoghi, per risentire le parole che sussurravi ad un sordo); la particolarità del brano, da cui fu tratto il 45 giri, sta nell’arrangiamento e nell’esecuzione, col supporto di un’orchestra da camera di cinque elementi, diretta da Bill Pitt. Il ruolo di Aldo Tagliapietra si limita al canto e quello di Michi dei Rossi all’uso del glockenspiel.

Vedi Amsterdam… è un’accorata denuncia contro la droga, ambientata in luoghi dove il proibizionismo ha maglie più larghe e in cui le persone si recano periodicamente (le madri non sanno perché i loro figli vanno…ritornano ad Amsterdam, ancora un viaggio, ancora). E’ inutile lambiccarsi il cervello per attribuire il giusto significato alla parola "viaggio". Come è chiaro il significato della frase le pale (dei mulini) formano le grandi croci e come è chiara la difficoltà a venir fuori da certe situazioni (vorrei, vorrei poter bruciare il mio biglietto, ma lo spettacolo si replica).

Regina al troubadour si caratterizza per l’ottima performance chitarristica di Germano Serafin: sarà il lato B del singolo. A questo punto, viene fuori l’anima del gruppo. Magari il testo di Radiofelicità potrà sembrare latore di messaggi non particolarmente originali, ma il ritratto di quest’uomo tranquillo e con l’orecchio fisso alla propria radio, incurante delle lagnanze della compagna arida ed arrivista (io non corro con te disperato dietro alle occasioni che sai trovare tu) perché ha trovato nell’apparecchio radiofonico una valvola di sfogo contro la propria solitudine (e non guardarmi con aria stupita, tu non puoi entrare tra le mie cose belle: io ho un amico rinchiuso qui dentro, e quando sono triste mi dà felicità), ha una tale carica di triste tenerezza da farmi considerare questo pezzo come uno dei migliori della discografia del gruppo. La costruzione del brano è un po’ particolare: niente basso, visto che la base ritmica, all’occorrenza, è fornita dai possenti colpi di grancassa di Michi Dei Rossi; niente chitarra elettrica, ma esclusivamente acustica; la parte del leone la gioca il Moog di Toni Pagliuca, qui più presente che altrove, mentre il riff di pianoforte conferisce al brano una nota malinconica che genera un’atmosfera di grande effetto che ancora oggi – e sono passati trentasei anni – mi fa rabbrividire. La radio è presente, come sottofondo, in alcuni punti; in uno, in particolare, si può intuire la presenza della famosa I can’t control myself dei Troggs. Radiofelicità si conclude con uno spettacolare gioco di tastiere e percussioni in costante – ed artificiale – aumento di velocità, ed è collegato alla canzone successiva – I salmoni – con un’altra perla radiofonica: si avvertono, in sottofondo, alcune note di Canzone d’amore, uno scroscio di applausi, e l’indimenticabile voce dell’indimenticabile Lelio Luttazzi che, nella sua Hit Parade, dice …e passiamo di corsa alla canzone numero sette.

I salmoni è la simpatica celebrazione delle singolari abitudini del salmone ed ha una particolare caratteristica: anche qui Aldo Tagliapietra si limita a cantare, mentre le parti di basso sono suonate – in maniera eccellente – da Germano Serafin.

Conclude il disco Il gradino più stretto del cielo, forse il momento meno importante del disco, ma che si fa notare per l’ennesimo, ottimo assolo di Serafin.

In sostanza, un bel disco; non un capolavoro (Le Orme ci avevano abituato a ben altro); del resto, sta per iniziare il periodo di crisi del progressive, e probabilmente il gruppo veneziano lo ha già capito. Il punk e la new-wave cominciano a farsi strada e i gusti del pubblico sono destinati a subire profondi mutamenti; forse proprio per questo motivo la musica dei quattro artisti ha preso una strada un po’ più commerciale. Ci sarà ancora tempo per un ultimo buon disco, e poi i destini del gruppo imboccheranno un vicolo cieco.

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