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Mino Reitano: 'suonavo Con I Beatles E Non Lo Sapevo'


22 dicembre 2011 ore 13:43   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 525 persone  -  Visualizzazioni: 915

Chiarisco subito una cosa: non ho mai acquistato un disco di Mino Reitano. Nessuna preclusione, ovviamente; però, non è mai stato il mio genere. E’ pur vero che non sono mai stato un settario e che ho sempre ascoltato volentieri di tutto, anche se a volte, da adolescente, mi sono un po’ troppo spesso identificato nel movimento “impegnato a tutti i costi”; eppure, Mino Reitano non lo ascoltavo. Lo sentivo, sì, alla radio, ma distrattamente.

Ciononostante, avevo simpatia per quest’artista, il tipico esempio di “uno che si è fatto da solo”: famiglia numerosa e vita difficile, in quel di Fiumara, per quel ragazzo di Calabria; poi, la passione – un dono di famiglia – per la musica, che porterà lui e alcuni suoi fratelli lontano dalla sua amatissima terra (che resterà sempre, per lui, una piccola patria), in cerca di fortuna. Destino vorrà che si trovi ad Amburgo, nei primi anni ’60, a suonare nello stesso locale in cui si esibiscono anche i giovanissimi Beatles (cosa di cui si sentirà sempre onorato); poi, il ritorno in Italia e un successo dietro l’altro, tra cui Avevo un cuore, Era il tempo delle more (prima al Disco per l’estate 1971), Una chitarra cento illusioni, ma soprattutto quella canzone, che lui scrisse per Ornella Vanoni, che è sicuramente tra le più belle della storia della musica italiana: Una ragione di più. Poi, con i primi guadagni, l'acquisto di un terreno edificabile ad Agrate Brianza - oggi in provincia di Monza - dove farà costruire gli edifici in cui farà trasferire tutta la sua famiglia: una vera e propria Reitano-town.


Improvvisamente, negli anni ’80, qualcuno scoprirà che Reitano è “nazionalpopolare”, e in quei tempi essere nazionalpopolari è considerato un marchio d’infamia, perché interpretare i gusti e catturare l’attenzione di grosse fette di pubblico è considerato disdicevole e politicamente scorretto. Ne conseguirà un calo che lo amareggiò, ma che non gli tolse la voglia di continuare, né intaccò la sua popolarità, ma che fece diradare, però, le sue apparizioni televisive. Con Italia (sesta a Sanremo 1988), scritta per lui da Umberto Balsamo, Reitano riassaporò il grande successo; in seguito fece molta televisione, ma il suo entusiasmo e la sua semplicità gli giocarono un brutto scherzo, sottoponendolo all’ironia e agli sfottò di alcuni sedicenti “colleghi”.

Ricordo molto bene qual periodo, e ricordo ancora meglio il senso di disagio e di fastidio che mi ispiravano quelli che, con malcelata finta superiorità lo trattavano col distacco tipico dei parvenus. Ma lui non ha mai minimamente pensato di staccare la spina, e il pubblico – l’unico deputato a giudicare – gli ha sempre dato ragione.

Poi, la malattia. Un tumore all’intestino, praticamente asintomatico, ha sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia. Io non ero a conoscenza dei suoi problemi; fu invitato ad una trasmissione televisiva, credo I migliori anni, dopo il primo intervento chirurgico, e quando apparve sul palco ebbi un vero e proprio shock. Mino Reitano era paurosamente dimagrito e il suo viso era scavato; con un sussurro si augurò di poter tornare presto quello di una volta.

Immediatamente, il mio pensiero volò all’indimenticabile Gino Bramieri, che vidi ad una premiazione, durante la sua malattia, ridotto in condizioni penose. Non riusciva nemmeno a parlare. Il povero Gino morì poche settimane dopo, e istintivamente, a vedere Reitano in quello stato, non potei fare a meno di accomunare i due artisti. Reitano, verso la fine del 2008, subì un secondo intervento; ma come purtroppo era prevedibile, poco tempo dopo l’artista, il 27 gennaio del 2009, morì, uscendo quasi alla chetichella dalla porta della vita.

A questo punto, succede qualcosa di inusuale. Generalmente, quando un artista ci lascia, specie se prematuramente, si parla di lui per una decina di giorni, poi, una volta metabolizzata la notizia, i riflettori si spengono. Con Mino Reitano questo non è accaduto. A cadenze fisse di qualche mese, non c’è talk-show che non inviti la moglie o le figlie del cantante calabrese per ripercorrere le tappe professionali e personali dell’artista. L’ultima occasione è capitata la settimana scorsa, e non nascondo che la lunga parentesi dedicata all’argomento ha suscitato nel sottoscritto la solita emozione e qualche luccicone. Forse l’emittenza radiotelevisiva, colta dai rimorsi, sta cercando – come spesso accade – di dare ora a questo personaggio ciò che non è stata capace di dargli quando era vivo, quando magari, invece, lo esponeva al pubblico ludibrio. Bene ha fatto Rosita Celentano a ricordare polemicamente quanti “addetti ai lavori” ironizzassero sulla genuina vitalità dell’artista, di cui suo padre era un ottimo amico, e quanto, invece, il pubblico, che gli forniva energia vitale, gli fosse – e gli è tuttora – vicino.

E’ vero, non ho mai comprato i dischi di Reitano, ascoltavo distrattamente le sue canzoni, ma l’ho sempre individuato come un personaggio genuino, un uomo vero, al quale probabilmente interessava più l’affetto del pubblico che il risvolto meramente economico della carriera di un cantante, tant’è vero che mi risulta che fosse una persona di estrema liberalità e generosità. E non sempre è stato ripagato in giusta misura.

Il mondo dello spettacolo è un organismo fagocitatore: oggi sembra che ti possa dare tutto, domani sei in mezzo ad una strada. Non posso fare a meno di ricordarmi del misconosciuto, grande imitatore Alfredo Papa, allontanato dal mondo della televisione per un malinteso e dimenticato dai più.

Il tardivo riconoscimento che il suo mondo sta tributando a Mino, adesso che non c’è più, è solo un piccolo risarcimento per i bocconi amari che sarà stato costretto ad inghiottire, ma io sono certo che adesso lui, a sentir parlare ancora di sé, sorride e allarga le braccia. Lui, che desiderava uno special tutto per lui, da intitolare “suonavo con i Beatles e non lo sapevo”.

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