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Orchestral Manoeuvres In The Dark - Organisation (1980)


6 settembre 2011 ore 14:00   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 349 persone  -  Visualizzazioni: 661

Chi avesse una copia di Radioactivity dei Kraftwerk vada all’ultima di copertina, che raffigura il “posteriore” di un vecchio apparecchio radio a valvole. In basso a destra c’è l’immagine stilizzata di una valvola, al cui interno c’è la scritta “VCLXI”. E’ questo è il nome che i polistrumentisti Inglesi Andy McCluskey e Paul Humphreys scelsero per la loro prima formazione, il che la dice lunga su quella che sarà la loro futura linea musicale.

Il duo, verso la fine del 1979, pubblica il suo primo singolo, Electricity, e quasi subito dopo il primo LP, dal titolo Orchestral manoeuvres in the dark, che è anche il nuovo nome che il gruppo si è dato, tratto da una delle precedenti composizioni del duo. Electricity è un brano originale ed accattivante – che, tra l’altro, diventerà sigla di innumerevoli trasmissioni radiofoniche e televisive e di spot pubblicitari - e il successo ottenuto mette le ali ai piedi del duo, che torna subito sul mercato verso la fine del 1980.


Il singolo che viene pubblicato è la cronaca, narrata dai protagonisti, del lancio, il sei agosto 1945, della prima bomba atomica su Hiroshima. Il brano si chiama Enola Gay – che è il nome della madre di uno dei protagonisti – e diventa, in pochissimo tempo, un successo planetario ed un brano suonatissimo nelle discoteche “intelligenti”. E’, in realtà, una bellissima canzone, in cui l’elettronica fa, ovviamente, la parte del leone, ma è efficacemente supportata dal basso, e soprattutto dall’originalissima voce di Andy McCluskey. Qualcuno dice che una parte del pezzo ricorda un po’ troppo da vicino “Let’s twist again” di Chubby Checker, ma il pubblico non se ne dà per inteso e corre a frotte ad acquistare il disco.

Questo brano colpisce anche me, da sempre molto attratto dalla musica elettronica, ma la mia ritrosia nel limitarmi al singolo pezzo mi spinge, come in tante altre circostanze, ad acquistare l’intero LP, per vedere “cosa c’è sotto”. Decisione azzeccatissima. Organisation è un magnifico esempio di “synth-pop” (spero di aver beccato l’etichetta giusta), scritto e suonato con una professionalità ed una ricchezza di idee impensabili per ragazzi di poco più di vent’anni. I due chiamano il batterista Malcolm Holmes – che peraltro non figura come componente del gruppo, bensì solo come collaboratore, e che comunque aveva già lavorato con loro in occasione del primo disco – e partoriscono un’opera che influenzerà la scena musicale degli anni ’80 e che, a distanza di oltre trent’anni, resta attualissima. L’ossatura del disco è composta quasi esclusivamente da tastiere, in massima parte sintetizzatori e sequencer; il basso di Andy McCluskey interviene solo in un paio di brani, tra cui Enola Gay, mentre la batteria è utilizzata – tranne che in The more I see you – quasi esclusivamente come supporto, senza particolari riff o svolazzi.

Il disco viene registrato a breve distanza dalla morte del cantante solista dei Joy Division, Ian Curtis; a quest’avvenimento è dovuta, a quanto pare, quella sottile malinconia che pervade l’intero disco.

Una menzione particolare va riservata alla decadente Motion and heart, alla frenetica VCLXI (vedi sopra) e alla splendida e triste Statues, in parte ispirata dal decesso di Ian Curtis. Ho un ricordo indelebile di questo brano, ascoltato con un walkman (ricordate?) nel buio più completo durante una notte in caserma. Ho ancora i brividi addosso.

Il lato B si apre con un altro pezzo forte: la tetra The misunderstanding, seguita da The more I see you, bellissima cover di un brano di Dick Hayes, pensate un po’, del 1945. L’eterea Promise è l’unico brano scritto e cantato esclusivamente da Paul Humphreys. Si chiude in bellezza con Stanlow, nome di una raffineria in cui lavoravano padre e sorella di McCluskey. Memorabili alcuni passaggi in cui la voce dell’artista sembra quasi un singhiozzo disperato.

Dopo un piccolo capolavoro come questo, ci si sarebbe attesi una prova allo stesso livello; invece l’album successivo (Architecture and morality, 1981), a parte un bel singolo (Souvenir, cantata da Paul Humphreys), è, a mio modesto avviso, alquanto deludente, o quanto meno inferiore alle aspettative. Anche i successivi lavori non riusciranno mai ad eguagliare la smagliante bellezza di Organisation; probabilmente il gruppo ha già dato quasi tutto e pertanto, nel 1996, dopo aver perso anche Paul Humphreys, si scioglie.

Sulla scia di tanti altri gruppi di quel periodo – e dei periodi precedenti – la band inglese si è riunita e, nel 2010, ha dato alle stampe l’interessante History of Modern. E’ da ascoltare e, prima di poter emettere qualunque giudizio, da assimilare.

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