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Ozzy Osbourne - Blizzard Of Ozz


19 giugno 2011 ore 18:30   di timeblock  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 386 persone  -  Visualizzazioni: 660

Che il binomio 1980-1981 rappresenti un ottimo periodo sotto molteplici punti di vista lo dimostra la mia presenza sulla faccia della terra (scherzo!), ma sicuramente gran parte del merito ce l’hanno dischi come “Blizzard of ozz” (1980), che conferma Ozzy (già cantante dei Black Sabbath), come imperatore sul trono mondiale del metal.
Primo album dopo la dipartita dai Sabbath a causa dei continui contrasti tra il frontman e il chitarrista, nonché membro fondatore Tony Iommi, Ozzy dimostra di essere un valente compositore, oltre che un autentico animale sul palco; sicuramente gran parte del merito l’ha avuta il chitarrista mai troppo rimpianto Randy Rhoads, (scomparso nel 1982 con un incidente aereo all’età di 25 anni), capace di arricchire le composizioni del nostro Ozzy con le sue notevoli capacità chitarristiche; gli assoli di OGNI brano sono memorabili, fino ad arrivare all’autentico capolavoro chitarristico in “Mr. Crowley”, secondo il mio modestissimo parere il miglior brano non solo dell’album, ma di tutta la carriera solistica di Osbourne.

Lo stile dell'album, a partire dall'artwork, rispecchia quelli che sono stati i canoni estetici, compositivi e dei temi trattati, che sono stati abbondantemente ripresi dalla totalità dei gruppi del periodo; l'associazione tra horror e metal, le tematiche a sfondo satanico/esoterico, l'aspetto da “cattivi ragazzi” con i capelli cotonati e i vestiti esageratamente assurdi vedono proprio in album come questo la loro primordiale incarnazione!
Le composizioni dell’album variano dai brani più legati all’heavy metal, come “I don’t know”,, dove la lettura del testo ci ricorda che Ozzy ha sempre litigato con il suo cervello, come accade anche in “Crazy train”, utilizzata in chiave jazz per la sigla della squallidissima ma divertentissima trasmissione “The Osbournes”, dove possiamo vedere in prima persona l’effetto distruttivo che le droghe in dosi abbondanti e somministrate con costanza e dedizione possono avere sull’essere umano, passando per la stupenda ballad “Goodbye to romance”, dove trova spazio anche un assolo di sintetizzatore; poche note, ma efficaci, quasi una ciliegina sulla torta, che completa una composizione particolarmente ispirata. Il talento non solo chitarristico di Rhoads si manifesta anche in “Dee” (dedicata all’occultista/spiritista John Dee), un breve intermezzo di chitarra classica che annuncia la fine del “primo tempo” del disco.


La seconda parte si apre con “Suicide solution”, song ultracriticata dalle associazioni cattoliche e non di tutto il mondo per il tema trattato; Ozzy spiegò (inutilmente) che la song era dedicata a Bon Scott, cantante degli AC/DC, morto nel 1980; la song fa da antipasto alla già citata “Mr. Crowley”, meravigliosa composizione dedicata ad Aleister Crowley, personaggio di spicco nel mondo esoterico/satanico, nel quale Osbourne ed i Sabbath erano interessati; in particolare, tra gli insegnamenti di Crowley, famosa è la frase “fa ciò che vuoi”, ripresa da un gran numero di band metal.

Il disco teoricamente potrebbe anche finire qui, tanto è il senso di soddisfazione derivante dall’ascolto di questi brani, ma il nostro ci regala altre tre song sicuramente non ignorabili, come “No bone movies”, allegra e scanzonata song, fino alla particolarissima ed originale “Revelation (mother earth)”, davvero una chicca compositiva, che esplora soluzioni melodico/armoniche davvero particolari; Rhoads sembra avere un suono che arriva davvero dall’oltretomba, potente e tenebroso; la voce di Ozzy cammina tranquillamente su un sentiero non proprio facilissimo da attraversare, poi la song, dopo un intermezzo di pianoforte ed archi ad opera di Don Airey, si movimenta con spiriti neoclassici, e fa da antipasto alla conclusiva “Steal away (the night)”, ottima song conclusiva, che offre la possibilità a tutta la band di scatenarsi, in particolare Rhoads.
Per finire direi che nel mondo musicale ci sono dischi più o meno belli e dischi più o meno brutti, e poi c’è una categoria a parte, definita come capolavori. “Blizzard of ozz” è un capolavoro; tassativamente da ascoltare e da possedere nella propria collezione di gioielli.

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