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Pink Floyd - Atom Heart Mother (1970): Recensione


17 agosto 2011 ore 14:00   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 805 persone  -  Visualizzazioni: 1396

Non sono – ripeto per l’ennesima volta – un critico, ma un ascoltatore attento, probabilmente, sì. Perché anch’io, dopo aver ascoltato una sola volta la colonna sonora del film di Barbet Schroeder More, l’ho relegato nel dimenticatoio, così come, a quanto pare, hanno fatto moltissimi fans dei Pink Floyd. Non voglio applicare alcuna etichetta a quest’album; più semplicemente, non mi piace.

Allo stesso modo, non sono un accanito estimatore del doppio Ummagumma – che pure negli anni ’70 fece gridare più di qualcuno al capolavoro – dato alle stampe nel 1969, disco sperimentale prima ancora che psichedelico. Basti pensare che, mentre in uno dei due album sono incise quattro performances dal vivo (tra cui A saucerful of secrets e Set the controls for the heart of the sun), nell’altro vi sono cinque brani, due scritti da Roger Waters e tre da ciascun componente del gruppo (più o meno come faranno qualche anno dopo gli Yes con Fragile), vedono i PF “arrampicarsi” su sonorità spesso singolari, ma che, a mio modestissimo avviso, non fanno certo mai venire il desiderio di canticchiarle. Si tratta sicuramente di un disco da leggere con grande attenzione; non è certo musica facile, e pubblicarlo in quell’epoca richiede un grande coraggio. Pare, infatti, che il risultato finale lascerà piuttosto perplessi i Pink Floyd, che, al contrario, rimarranno esterrefatti per il successo riscontrato da questo lavoro. Io lo mantengo, comunque, nella mia discoteca, pur non ascoltandolo da diversi anni.


Ben diverso è il caso di Atom Heart Mother. “Il disco con le mucche”, per intenderci, visto che in copertina il titolo del disco non c’é, mentre in primo piano troneggia la splendida mucca Lulubelle. I Pink Floyd, stavolta, insieme ai Deep Purple, inaugurano una nuova tendenza: fare accompagnare il proprio lavoro da un’orchestra sinfonica. La scelta dei PF cade su Ron Geesin, amico di Mason e Waters, anch’egli amante della musica sperimentale, il che è evidente, quando si ascolta la lunga suite che dà il titolo all’album (quasi ventiquattro minuti). L’accompagnamento orchestrale – e corale - su cui spiccano i fiati, è davvero sui generis, ma cucito addosso al brano, talvolta magniloquente, spesso delicato, e, verso la fine, psichedelico.

Quello che però spicca è l’evidente tentativo di sperimentare nuove strade, magari accessibili ad una maggior fetta di pubblico. Tentativo riuscito in pieno; questo, non solo per le delicate atmosfere spruzzate qua e là nella suite, ma anche per i restanti quattro brani del lato B: If, una ballata acustica scritta e cantata da Roger Waters, la splendida e malinconica Summer ’68, amara e critica riflessione contro le esasperazioni – specie in chiave sentimentale – della vita on the road e del 1968. La voce un po’ nasale di Richard Wright, autore di testo e musica, stende un ulteriore velo di tristezza sul brano; i fiati dell’orchestra di Ron Geesin – è l’unica traccia, oltre la suite, in cui ricompaiono – supportano la canzone in modo assolutamente non banale. Un gioiello degno dei futuri capolavori del gruppo. Segue Fat old sun, scritto ed interpretato con delicatezza da David Gilmour, che inizia in sordina per terminare con un finale in cui la chitarra elettrica di Gilmour, ma soprattutto la batteria di Nick Mason, fanno la voce grossa. Conclude l’originale Alan’s psichedelic breakfast, brano in tre parti, inframmezzate da suoni provenienti dalla cucina in cui Alan Stiles, uno dei tecnici dei PF, preparava e consumava la propria colazione.

Paradossalmente, anche questo disco, almeno all’inizio, non sarà particolarmente apprezzato dal gruppo; al contrario, quest’opera costituisce uno spartiacque tra il primo periodo – onirico, psichedelico, fantascientifico, impegnativo – e il secondo, più concreto e sicuramente molto più apprezzato dal pubblico. Del resto, siamo ad appena tre anni dal fantastico The dark side of the moon.

Il disco è l’ultimo ad essere prodotto da Norman Smith. Curiosità: il tecnico del suono è “un certo” Alan Parsons, giovanissimo ma con una passata esperienza nientepopodimenoché con i Beatles (d’altronde, le registrazioni sono state effettuate proprio nei mitici Abbey Road Studios), il cui apporto, in sala d’incisione, sarà essenziale in questo disco, e determinante in The dark side of the moon. Non va sottovalutata la discreta presenza del John Aldiss choir, che sottolinea con eleganza alcuni frammenti della suite.

Per chi ha più di quarant’anni, rammento che l’inizio di Breast milky, una delle sei parti che compongono la suite Atom Heart Mother, verrà utilizzato, negli anni ’70, come colonna sonora dello spot pubblicitario di una nota acqua minerale italiana.

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Commenti

 
  • #1 

Io ne ho qualcuno più di 40 (di anni) ed anche di 50 ... I vinili dei Pink Floyd (così come quelli di altri mille ...) li ho comprati tutti quando uscivano nuovi, poi li ho ricomprati in CD, poi ne ho scaricato gli .mp3, ecc. Credo di avere avuto la fortuna di vivere "in diretta" un'era musicale (a cavallo fra gli anni '50 ed i primi anni '80) che probabilmente si potrà ripresentare solo fra svariati secoli, e che ha prodotto pagine leggendarie che rimarranno scolpite nella storia. Una miscela esplosiva di ispirazione, creatività, entusiasmo, qualità tecniche, ecc. Ricordo che avevamo pure la "puzza sotto il naso": questo buono, quello un po' meno, quell'altro beeeehhh! Oggi riascolto i "beeeehhh!" e faccio i salti per aria come un cretino (e me li risuono pure con la mia Fender Stratocaster bianca ...). Ma per venire ad "Atom Heart Mother" (ed anche ad "Ummagumma"): sono dischi sicuramente difficili, probabilmente vanno riascoltati diverse volte, ma sono capolavori, quando ti entrano dentro non ne escono mai più. Soprattutto vanno "ascoltati" nel senso pieno del termine, con attenzione e dedizione totale, seduti comodamente in poltrona con orecchie e mente solo per loro (e possibilmente con impianto Hi-Fi e diffusori degni di tal nome). Non sono filastrocche da canticchiare mentre si prepara il soffritto ... :-)

Inserito 17 agosto 2011 ore 21:29
 

Fender Stratocaster a parte, il tuo commento sembra scritto da me: persino l'anagrafe ci accomuna!!!. Condivido ogni virgola di ciò che hai detto (per quanto attiene la "puzza sotto il naso", ti invito a leggere il mio primo articolo sui Pooh). Sotto questo e tantissimi altri aspetti, la nostra generazione è stata terribilmente fortunata, perché è nata e cresciuta in un periodo storico caratterizzato da un'esplosione culturale che, terrorismo a parte, ha coinvolto - e condizionato positivamente - ogni aspetto della nostra vita. E poi, rispetto alle attuali generazioni, noi sapevamo accontentarci di poco. Io cerco, per quanto posso, di seguire l'attuale scena musicale, ma, per quanto ogni tanto emerga qualche - e sottolineo qualche - talento, l'impressione è che la musica, oggi, venga prodotta in catena di montaggio, e che la parola d'ordine sia: omologazione. Anche quando, come per esempio Lady Gaga (a proposito, "beeeehhh!"), si cerca a tutti i costi di stupire, si rincorrono, temo, esclusivamente consistenti fette di mercato. Prima, ne sono certo, non era così. Altrimenti, artisti come Steve Howe, John Wetton, Mick Box, lo stesso Roger Waters, non sarebbero ancora lì, con le loro dentiere, a continuare a far validissimi dischi, ma, tutto sommato, di nicchia. Resto, pertanto, orgogliosamente "antico". A tua differenza, capolavori come "Summer '68" sono penetrati a tal punto nel mio DNA che oramai sono capace di canticchiarli persino sotto la doccia.

Inserito 18 agosto 2011 ore 08:35
 

Guarda che canticchio anch'io sotto la doccia, roba tipo "Thick as a brick" o "In-A-Gadda-Da-Vida", ma è una pratica riservata solo ad utenti "imparati" come noi ... :-D

Inserito 18 agosto 2011 ore 16:57
 
  • Pier
    #4 Pier

Per fortuna di buona musica se ne produce ancora ma va saputa trovare. Vorrei giusto citare il giovanissimo Olafur Arnalds o i famossimi Sigur Ros.

Inserito 25 agosto 2011 ore 23:24
 

Ciao, per caso ricordi di che marca era l'acqua minerale per il cui spot era stata usato il brano dei Pink Floyd? Sai se in Youtube si trova il video? Grazie

Inserito 22 ottobre 2011 ore 16:48
 

Si trattava dell'acqua minerale Fiuggi. Però, trattandosi di un periodo a cavallo tra gli anni '70 e gli '80, dubito che potrai trovare questo spot su youtube. Io ci ho provato, ma senza risultato.

Inserito 23 ottobre 2011 ore 18:01
 

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