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Pink Floyd - The Dark Side Of The Moon (1973) - Recensione


20 ottobre 2011 ore 17:12   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 474 persone  -  Visualizzazioni: 838

Confesso di essere stato a lungo indeciso, quasi imbarazzato e riottoso, a parlare di questo disco. Su di esso sono stati consumati oceani d’inchiostro, di esso si è parlato, si parla ancora e chissà per quanto altro tempo si parlerà, da trentotto anni, è uno degli album più apprezzati e venduti della storia della musica: cos’altro posso aggiungere io, semplice consumatore di dischi? Proverò comunque ad accodarmi ai cori, pressoché unanimi, di apprezzamento.

The dark side of the moon è stato preceduto da Meddle (1971), un lavoro che si trova, e non solo cronologicamente, a metà strada; la suite Echoes è un misto di psichedelico e pop, mi sembra un’ampia sintesi di Atom heart mother, ma a spiccare su tutti c’è la splendida One of these days, uno dei brani più belli in assoluto della storia dei PF, la cui base è costituita dal basso di Roger Waters, modificato con un generatore di eco di fabbricazione italiana (Binson Echorec) ed avvolto da una bufera di vento su cui si inserisce la chitarra di David Gilmour. Un capolavoro. Caratteristiche sono le uniche parole del pezzo, strascicate da Nick Mason (One of these days I'm going to cut you into little pieces, ovvero “uno di questi giorni ti taglierò in piccoli pezzi”. Chissà con chi ce l’aveva). Molti la ricorderanno quale sigla di un programma sportivo della RAI. Altro brano da ricordare è Fearless, la cui caratteristica è quella di avere, in coda, una serie di cori da stadio, caratteristici dei tifosi del Liverpool.


Nel 1972 esce Obscured by clouds, colonna sonora dell’ennesimo film di Barbet Schroeder La vallée; anche se anticipa, in un certo senso, qualcosa che andremo ad ascoltare con The dark side of the moon, il disco verrà assai poco considerato e nominato. Tra l’altro, in effetti, Schroeder lo utilizzerà, all’interno del film, col contagocce. Curiosità: sarà l’ultimo album dei PF, sino a The momentary lapse of reason, in cui compariranno testi scritti da David Gilmour.

A questo punto, il gruppo si rende conto che è il caso di fare un salto di qualità, ma anche che, per conquistare più ampie fette di pubblico, qualcosa deve cambiare anche nel loro stile. Credo che neanche loro, nella più rosea delle ipotesi, immaginassero ciò che sarebbe stato dell’opera che andavano ad eseguire. Però è un dato di fatto che The dark side of the moon abbia avuto una lunghissima genesi, ed abbia richiesto (da maggio 1972 a gennaio 1973) un sacco di tempo per l’incisione, il che la dice lunga su quelle che sono le intenzioni dei PF. Il disco, infatti, viene ideato e preparato con una meticolosità certosina, quasi maniacale. L’idea di partenza, proposta da Waters, è quella di un concept-album basato su alcuni dei grandi temi che affliggono l’umanità: l’ansia (del viaggiatore), l’avarizia, la vecchiaia, la follia, la morte. Per raggiungere lo scopo, il gruppo acquista un’imponente attrezzatura, tra cui alcuni sintetizzatori VCS3, che, tranne Mason, verranno utilizzati, nella registrazione, da tutto il gruppo. A conferma della complessità della preparazione, il gruppo suonerà l’album in anteprima dal vivo, per uno sparuto e commosso gruppo di giornalisti, ben un anno prima dell’uscita.

Prima di entrare in sala di registrazione, che si effettuerà nei mitici Abbey Road Studios di Londra, i PF chiamano un’altra volta (aveva già lavorato per loro in Atom Heart Mother), quale tecnico del suono, il grande Alan Parsons. Parsons, che di lì a poco avrebbe iniziato una fulgida carriera da musicista, è da annoverarsi senza dubbio tra i principali artefici – gruppo a parte, ovviamente – del successo del disco. Dal momento che siamo nel 1972, e che quindi l’informatica applicata alla musica è ancora ben lungi dall’arrivare, ciò che ha combinato Parsons, unitamente al gruppo e ai propri collaboratori, ha semplicemente dell’incredibile. Due esempi per tutti: la sincronizzazione delle sveglie in Time e delle monete e dei registratori di cassa in Money. Per non parlare, poi, della trovata, che mi sento di attribuire a Waters, di sovraincidere, in alcuni brani, veri e propri discorsi registrati estemporaneamente. Curiosità: le risate – terribilmente contagiose – che si possono ascoltare, neanche poi tanto in sottofondo, in Speak to me e Brain Damage, sono di Peter Watts, che faceva parte dell’entourage della band, padre dell’attrice Naomi Watts. A completare il quadro, viene chiamato – fatto insolito, per i Pink Floyd – un quartetto di coriste: una di esse avrà un ruolo determinante.

Al di là della cura dei particolari, ciò che colpisce sin dall’inizio è la qualità delle composizioni. Si capisce sin dal primo ascolto che ci troviamo dinanzi ad un’opera indimenticabile, originale, accattivante, storica. Non un tassello è fuori posto: ogni particolare è lì per stupire e deliziare. Non sto, adesso, a tentare di definire a quale genere appartenga questo capolavoro: si sa, non sono un critico e misuro la qualità della musica dalle sensazioni che mi dà.

Il disco contiene pezzi che tuttora sono ben fissi nella nostra mente e che oramai sono entrati nella storia: Time, disperato appello contro lo spreco del tempo in futili preoccupazioni, con un’appendice casalinga e con uno straziante assolo di David Gilmour che considero tra i migliori mai ascoltati; The great gig in the sky, definito una “profonda metafora della morte” (coincidenza vuole che l’autore della musica, Richard Wright, sia stato il primo - e, per fortuna, sinora l'unico - dei Pink Floyd a passare, prematuramente, a miglior vita); Money, satira del consumismo e dell’avarizia, Us and them, sul malvezzo di considerare la propria cultura come centrale e prevalente, Brain damage, sulle malattie mentali, quasi certamente ispirata da Syd Barrett.

Il suono è magistrale, l’incisione non è da meno; persino le percussioni di Nick Mason, che in altre composizioni apparivano più in sottofondo, in questo disco acquisiscono forza e brillantezza.
Tutto l’album è pervaso da un’indefinibile atmosfera che per qualche anno costituirà uno dei marchi di fabbrica dei PF. Parlando di atmosfera, non si può fare a meno di menzionare la straordinaria performance della vocalist Clare Torry in The great gig in the sky, che, sebbene poco preparata, è entrata in sala d’incisione particolarmente ispirata. Il risultato sarà tale che, molti anni dopo, la Torry citerà in giudizio il gruppo, pretendendo – non propriamente a torto – che venga riconosciuta legalmente l’importanza della sua prestazione. Il giudice le darà ragione, costringendo i Pink Floyd a scucire, suppongo, un sacco di soldi; ma ciò che è più importante è che, dalla sentenza, i Floyd saranno obbligati a citare la cantante tra gli autori del brano. Se andate, infatti, ad acquistare una copia recente del disco, a fianco del titolo del pezzo leggerete gli autori Wright-Torry. Non va dimenticato, infine, il significativo apporto fornito dal sassofonista Dick Parry, con due solismi (il ptimo in Money e il secondo in Us and them) di una tale fattura che la band lo richiamerà per collaborare nell'album successivo e lo porterà con sé in svariati concerti, per suonare le "sue" parti. Una di queste è stata da me seguita - beninteso, alla TV - negli anni '90: un'esperienza a dir poco emozionante.

Manco a dirlo, il disco sarà un successo epocale: 741 settimane consecutive di permanenza nella speciale classifica di Billboard, un indefinito numero di dischi di platino e, con l’avvento della digitalizzazione, un nutrito numero di rimasterizzazioni, delle quali l’ultima, recentissima, pare la più organica e completa.

Qualcuno potrà anche definire il disco una grossa operazione commerciale, qualcuno potrà anche dire che, tutto sommato, forse The dark side of the moon non è il miglior disco della band (ma allora, di grazia, quale sarebbe?); gli stessi Floyd, in effetti, dissero che, pur avendo venduto, che so, cento volte più di Atom heart mother, The dark side of the moon non gli era certo cento volte superiore. Probabilmente era il disco giusto al momento giusto; fatto sta che è di ascolto tuttora godibilissimo e sorprendente.

Un tale successo tramortirebbe chiunque, e la consapevolezza di aver fatto qualcosa di storico potrebbe portare ad una crisi da appagamento. Non sarà il caso dei Pink Floyd, che, pur facendoci aspettare ancora due anni, saranno destinati a produrre un altro capolavoro.

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