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I Pooh: Dall'inizio Della Loro Avventura Ad 'opera Prima'


20 luglio 2011 ore 10:25   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 619 persone  -  Visualizzazioni: 994

:Chi ha potuto seguire il poco da me scritto sinora, potrebbe legittimamente sorprendersi: dopo essersi occupati di rock progressivo e hard, come mai proprio i Pooh? La domanda è comprensibile, ma io ho già affermato di non essere mai stato un settario.

Negli anni ’70 la nascita di una stratosferica quantità di artisti e di gruppi di “rottura” con i tradizionali schemi musicali portò fatalmente alla nascita di uno strisciante movimento che, con una buona dose di spocchia, snobbava certi artisti solo perché facevano cassetta e per una loro certa quale tendenza alla melodia. Riconosco, ahimé, di aver fatto parte, più o meno inconsciamente, di questo movimento; eppure ero il primo – come tanti altri – a canticchiare le canzoni dei Pooh, a ballarle e a strimpellarle con la chitarra. Tutti noi, invece, dobbiamo essere grati a questi musicisti, non fosse altro per il fatto di non essere mai stati al di sopra delle righe, e non solo professionalmente; perché il livello della loro musica ha conosciuto pochi cedimenti; per la loro innata tendenza a fuggire quello che adesso viene chiamato “gossip”. Perché siamo cresciuti insieme a queste persone, abbiamo camminato al loro fianco, e quindi, condividendo con noi rughe e capelli bianchi (quando ci sono) ci fanno sentire meno soli. E sono ancora sulla breccia, e si divertono a fare il loro mestiere.


Vengono definiti “I Beatles italiani”, ma il quartetto di Liverpool non è durato nemmeno dieci anni (sebbene il loro successo planetario duri tuttora); loro, invece, sono in prima linea da quarantacinque anni. Un’enormità. E non hanno mai avuto a che fare con santoni indiani e con droghe pesanti, e non li ho mai visti, né sentiti, assumere atteggiamenti divistici. Insomma, un quartetto di veri signori.

L’ultimo ventennio è stato caratterizzato da una loro progressiva rivalutazione, e le loro “comparsate” in TV sono aumentate a dismisura: è un po’ paradossale, dato che i Pooh hanno, secondo me, dato il meglio di loro negli anni settanta ed ottanta.

Eppure, gli inizi – come del resto per tutti gli artisti – sono stati tutt’altro che facili. Il gruppo – Camillo, detto “RobyFacchinetti (tastiere e voce), Mauro Bertoli e Mario Goretti (chitarre e voce), Riccardo Fogli (basso e voce) e Valerio Negrini (batteria, percussioni e voce), vede ufficialmente la luce nel 1966, in piena epoca beat, tant’è vero che i loro primi lavori sono fortemente influenzati dal genere. Com’era di moda in quei tempi, il gruppo incide diverse cover: la più famosa è Quello che non sai , la Rag Doll dei Four Seasons (per la cronaca, le vocine acute sono di Mauro Bertoli). Col passare del tempo, nonostante diversi salti nella melodia (In silenzio, Piccola Katy, Mary Ann), il gruppo tenderà ad una maggiore ricercatezza e ad affrontare argomenti non banali (Per quelli come noi, Brennero ’66, che viene anche censurata, Zero un minuto e…, Waterloo 70) e pubblicherà uno dei primi concept album della musica italiana: Memorie. Tutto questo, però, senza particolari sfracelli.

Dopo qualche anno, prima Mario Goretti e poi Mauro Bertoli, forse perché stanchi di aspettare un successo che non arriva, lasciano il gruppo. Al loro posto arriva Donato, detto “DodiBattaglia, giovanissimo quanto valente chitarrista. Contemporaneamente, cominciano i primi contrasti con la casa discografica (la Vedette Records di Armando Sciascia), che porteranno i Pooh a non rinnovare il contratto. Inoltre, avviene quello che, nella storia dei Pooh, sarà un incontro probabilmente determinante: quello con Giancarlo Lucariello.

Lucariello è un giovanissimo e lungimirante produttore discografico: capisce che il quartetto ha la stoffa per raggiungere il successo e concorda con i Pooh una nuova “strategia” musicale, che parte dalla stesura di testi più ricercati per finire con l’accompagnamento di una maxiorchestra (diretta dal veterano Gianfranco Monaldi); da questa collaborazione (e da un nuovo contratto con la CGD, anche se fino a tutto il 1976 i lavori del gruppo avranno etichetta CBS) scaturisce un nuovo singolo: Tanta voglia di lei. Il testo è coraggioso, in quanto tocca argomenti delicati quanto – per l’epoca – scottanti: il tradimento, l’abbandono del letto dell’amante per tornare dal partner abituale (la moglie? non è esplicitato).

Non so – ero ancora piccino – quale sia stata la promozione di cui ha potuto godere questo brano; ritengo, anche se non ne sono certo, che Alto Gradimento di Arbore e Boncompagni l’abbia trasmessa più volte. Supposizioni a parte, la canzone schizza improvvisamente al primo posto della Hit Parade, e ci rimane per un gran numero di settimane. E’ nata una stella, il successo è arrivato. I quattro non dormono sugli allori e, pochi mesi dopo, lanciano un altro 45 giri (che magica parola): Pensiero. Anche se la base è sempre melodica (con l’apporto dell’orchestra del solito G. Monaldi), il testo è tutt’altro che banale: è l’invocazione di un uomo, ingiustamente carcerato, alla propria donna, nell’illusione che il proprio pensiero possa arrivare persino a toccarla. Manco a dirlo, è un altro successone; dopo Lucio Battisti, arriva anche un gruppo a scuotere la sonnacchiosa scena musicale italiana.

Contemporaneamente, esce anche il primo album del nuovo corso: Opera prima. Detto tra noi, non è un capolavoro epocale, però è un disco che trasuda freschezza da ogni nota. Magari ci sarà qualche brano un po’ ingenuotto (Che favola sei, Alle nove in centro); qua e là s’intuiscono ancora influenze beat, c’è un pezzo quasi hard rock (Il primo e l’ultimo uomo), un brano che, personalmente, mi lascia alquanto indifferente (Tutto alle tre), uno di origine letteraria (Terra desolata, tratto da un poema di T. Eliot), i singoli di cui abbiamo già parlato ed alcuni notevoli “esemplari”: la delicata Un caffè da Jennifer, la splendida A un minuto dall’amore e la imponente e affascinante Opera prima, perfetto connubio tra canzone e sinfonia.

Il riscontro, in termini commerciali, non sarà stato un granché, ma i giovanotti si stanno facendo le ossa, e le premesse per un successo duraturo ci sono tutte. Però, a breve distanza dalla pubblicazione del LP, cominciano i problemi.

Ciò che accade a questo punto non ha eguali nella storia della musica: Valerio Negrini lascia il gruppo, ma rimane (verrà definito “il quinto Pooh”) nel suo entourage per la stesura dei testi delle canzoni, attività che dura da quarant’anni. Ma quello che è lecito chiedersi è: perché? Nel 1971 l’informazione non viaggiava certo alla velocità con cui viaggia oggi, per cui pubblicare qualche banalità era molto più facile. Ricordo che lessi su un popolare settimanale per ragazzi che Negrini abbandonò i Pooh perché “stanco della vita errabonda del gruppo”. Errabonda? Ma dài, avevano cominciato appena da cinque anni. E poi, dopo cinque anni di gavetta, come si fa a mollare proprio dopo aver raggiunto il tanto agognato successo? Io, lo dico con franchezza, pensai a dei sopravvenuti motivi di salute. Solo recentemente ho invece scoperto che, a quanto pare, tra Negrini e Lucariello sono sorte divergenze circa gli arrangiamenti: Negrini, infatti, pare non digerire i magniloquenti accompagnamenti orchestrali – che pure, forse, avevano contribuito al successo di Tanta voglia di lei e di Pensiero – che al contrario Lucariello voleva intensificare. In effetti, a farci caso, in Opera prima, tre brani su dieci sono privi di accompagnamento orchestrale. Anche se pure questa spiegazione mi lascia un po’ perplesso, il fatto resta.

Dopo la serie di provini di rito, per la sostituzione di Valerio Negrini viene scelto un giovane batterista che, a quanto pare, all’epoca era baffuto: il romano Stefano D’Orazio. Non ha molto tempo per ambientarsi: il gruppo deve tornare, a breve, in sala d’incisione.

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