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I Pooh - Poohlover (1976)


24 novembre 2011 ore 17:26   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 488 persone  -  Visualizzazioni: 836

Fino a Forse ancora Poesia, di svolte epocali, nella storia dei Pooh, ce ne sono state più di una; quella del 1976 sarà l’ultima, almeno sino al 2009. Gli ultimi due non sono stati proprio dei pessimi album; tuttavia, alcune scelte discutibili, quali l’eccessiva e ridondante presenza dell’orchestra sinfonica di Gianfranco Monaldi, e la voglia di recuperare terreno, pubblicando in fretta e furia un album che invece si rivelerà un altro mezzo fiasco, hanno rallentato, specie in termini di vendite, quella che si era annunciata come una sfolgorante carriera. Il gruppo, tra l’altro, preme già da tempo su Giancarlo Lucariello affinché le canzoni contengano testi un po’ più vari, invece di essere incentrati quasi esclusivamente sull’amore. Inoltre, data la padronanza degli strumenti che li ha sempre contraddistinti, si ritengono giustamente in grado di eseguire i loro brani senza dover ricorrere all’apporto dell’orchestra, quanto meno non nei modi e nei termini con i quali lo si è fatto sinora.

I Pooh, pertanto, hanno di fronte a loro un’unica scelta: il divorzio da Giancarlo Lucariello. Non sarà certo facile, dato che Lucariello è stato comunque il protagonista della nascita del fenomeno-Pooh, colui che aveva creduto fortemente nelle possibilità di questi musicisti, ma tant’è: i quattro hanno deciso di volare con le proprie ali, e Lucariello non può fare più parte dei loro progetti. I loro rapporti, com'è giusto che sia tra veri signori, resteranno comunque eccellenti.


Al sottoscritto, all’epoca poco più che adolescente e con l’orecchio ancora poco esercitato, Poohlover – titolo scelto, a quanto pare, da Valerio Negrini – sembrò un normale disco dei Pooh: le solite vocine, le solite canzoni, gli stessi arrangiamenti. Una lettura approfondita, invece, rende palesi le grosse differenze rispetto ai lavori precedenti del quartetto.
Intendiamoci, non stiamo parlando di un capolavoro, ma di un disco che è comunque sempre diverse spanne al di sotto di Alessandra e di Parsifal; eppure, con quest’opera, i Pooh risalgono la china e tornano, specie in termini di vendite, a posizioni – perse coi due album precedenti - più consone al loro lustro.

Intanto, dopo il “divorzio” da Giancarlo Lucariello, il gruppo comincia ad autoprodursi, e non è cosa da poco; i quattro possono liberarsi da qualunque vincolo e scrivere, cantare e suonare esclusivamente ciò che ritengono più consono alle loro caratteristiche; poi, per diretta conseguenza dell’autoproduzione, cambiano sensibilmente gli arrangiamenti e, soprattutto, i testi. Beninteso, qualche melensaggine (Pierre, Linda) c’è ancora, ma è innegabile il fatto che l’orchestra di Gianfranco Monaldi, che da questo disco diventa “consulente musicale”, riduce sensibilmente il proprio apporto per dare più spazio, in particolar modo, alle tastiere di Facchinetti e alle chitarre di Battaglia. Il suono, in questo modo, diventa più potente e il gruppo acquisisce una più precisa identità.
I temi amorosi, onnipresenti in passato, perdono consistenza e sono contenuti solo in Linda, il singolo che ha fatto da apripista all’album. Per il resto, i Pooh affrontano temi a loro inusuali e, in qualche caso, anche coraggiosi: la prostituzione (Tra la stazione e le stelle), il celebre Festival di Woodstock (Io sono il vento e quel giorno ero là), gli zingari (la splendida Gitano, uno dei brani purtroppo meno conosciuti dei Pooh), gli alieni (Uno straniero venuto dal tempo), e l’omosessualità (Pierre). Riguardo quest’ultimo brano, va detto che, nonostante anneghi quasi insopportabilmente in un barile di melassa, affronta un tema che nel 1976 era praticamente ancora un tabù, e quindi va dato atto al gruppo di aver parlato con coraggio e sensibilità di un argomento che, ancora oggi, è spesso oggetto di battutacce da caserma. Meno felici, invece, i Pooh nell’affrontare il mito e la fiaba (Storia di una lacrima, Padre del fuoco, padre del tuono, padre del nulla), mentre Il primo giorno di libertà, sulle orme di Pensiero, affronta il delicato problema del difficile ritorno alla vita civile di un ex detenuto, consapevole di aver pagato definitivamente il proprio debito nei confronti della collettività (gli occhi non li abbasso, non devo niente al mondo adesso io).
Completa il quadro Fare, sfare, dire, indovinare, poco più di uno scherzo in musica.

A prescindere dalla mia personale scala di valori, il disco andrà comunque fortissimo e i Pooh recupereranno facilmente il terreno perduto, ma, quel che più conta, avranno raggiunto la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta.

Infatti, sono passati trentacinque anni e sono ancora sulla breccia. E’ incredibile.

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