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I Pooh - Un Po' Del Nostro Tempo Migliore (1975) - Recensione


31 agosto 2011 ore 13:35   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 691 persone  -  Visualizzazioni: 1222

Nel 1974 i Pooh si concedono, come si usa – e un po’ si abusa – dire, un anno sabbatico. Non pubblicano alcun 33 giri inedito, anche se danno alle stampe due singoli. Il primo è Se sai se puoi se vuoi, un tentativo, a mio giudizio, di cominciare a dire qualcosa di diverso. In effetti, il brano non è proprio di quelli “a presa rapida”, anzi, è piuttosto difficile da assimilare, dati i continui cambi di tema musicale all'interno del pezzo. Ricordo la copertina, con il quartetto ritratto in abiti color grigio chiaro, e con ai piedi delle calzature che sembrano quelle dei Cugini di Campagna. Era la moda imperante in quegli anni…

L’altro singolo, uscito qualche mese dopo, è Per te qualcosa ancora. A me sembra un’anticipazione di Ci penserò domani. Anche questa non è una canzonetta facile facile, e i risultati si vedono, perché le vendite di entrambi i 45 giri non sono ai soliti livelli. Restano, in realtà, due buoni prodotti.


Alla fine dell’anno viene pubblicata la raccolta 1971/74, contenente i maggiori successi di Opera prima, di Alessandra e di Parsifal, nonché la versione inglese di Tutto alle tre (The suitcase) e i due singoli testé citati, oltre al solo lato B di Per te qualcosa ancora (E vorrei). Tanta voglia di lei e Pensiero sono in versione rimissata e leggermente più lunghe degli originali.

Nel frattempo, il gruppo è entrato in sala d’incisione per registrare il nuovo album, che vedrà la luce nei primi mesi del 1975. Un po’ del nostro tempo migliore è un disco un po’ atipico, rispetto alle altre produzioni dei Pooh. Intanto, dal LP non viene tratto alcun singolo. Quindi, o ti compri il “discone” o ti accontenti di attaccarti alla radio. Oppure, te lo fai prestare – pratica, a quei tempi, diffusissima – e te lo registri su una musicassetta. Poi, compaiono i primi brani strumentali, che sono quanto meno segno inequivocabile della raggiunta maturazione musicale.

Il disco, che dura quasi un’ora, inizia con Preludio, brano strumentale che la dice già lunga su cosa ci aspetta; l’orchestra – diretta dal solito, ottimo Gianfranco Monaldi – domina incontrastata la scena del pezzo, cosa che farà per buona parte dell’album, che è pieno di atmosfere rarefatte ed intimistiche. Non è, probabilmente, un capolavoro, ma è tutt’altro che un figlio degenere. Ci sono, infatti, diversi momenti belli (Una storia che fa ridere, sull’argomento lui, lei, l’amico; Oceano, con un’intensa prova di Roby Facchinetti, la splendida Mediterraneo, altro brano strumentale).

Nel lato B, invece, spiccano Eleonora, mia madre, primo testo scritto da Stefano D’Orazio e cantata da Red Canzian, storia dei sacrifici di una ragazza-madre, raccontati dal figlio, Orient Express, diario di un’avventura sentimentale senza lieto fine sul celebre treno, e la grande, affascinante e magniloquente Il tempo, una donna, la città, un sogno diviso in tre parti (il brano dura quasi undici minuti), con una lunga coda strumentale.

Il disco, che comunque costituisce una coraggiosa e decisamente anticommerciale operazione di mercato, non avrà il grande successo di vendite che probabilmente nemmeno i Pooh si aspettavano; resta, comunque, un’opera valida e con alcuni momenti difficili da dimenticare. Personalmente, oltre ai brani strumentali, trovo molto evocativi alcuni passi de Il tempo, una donna, la città (voci di uomini in allegria parlano forte di non so che, vantano nel vino, ognuno con vivaci accenti…), che mi proiettano nella mente l’immagine di una bettola medievale stile Il nome della rosa.

Divagazioni a parte, il disco è suonato benissimo, ma forse l’orchestrazione è un po’ "ingombrante", e suppongo che i contrasti tra i Pooh e il loro produttore di sempre, Gian Carlo Lucariello, si siano acuiti proprio con questo disco, dal momento che il gruppo vorrebbe sterzare decisamente verso un genere meno tradizionale.

Il gruppo tornerà molto presto in sala d’incisione, ma si tratterà di un rimedio – ammesso che di rimedio si possa parlare – peggiore del male.

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