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Recensione Del Film 'la Leggenda Del Pianista Sull' Oceano' Di Giuseppe Tornatore


12 marzo 2016 ore 19:42   di ellebi31-05  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 394 persone  -  Visualizzazioni: 506

Questo film, uscito nel 1998, l'ho visto per la prima volta circa un anno fa; l'anno nel quale uscì, con la scuola andai al cinema a vedere il film "Titanic", ma se avessi potuto scegliere sarei andata a vedere sul grande schermo "La leggenda del pianista sull'oceano" perché ho sempre amato moltissimo la musica; recentemente su Rai 5, che dedica il sabato sera agli spettacoli teatrali, ho visto la trasposizione teatrale del film dal titolo "Novecento" dal nome del protagonista della storia, raccontata da Arnoldo Foà. Nonostante fosse un lunghissimo monologo, è stato uno spettacolo per nulla noioso ma interessantissimo, così come è questa storia. Dopo aver visto lo spettacolo teatrale, ho rivisto il film e scritto questa recensione.

Un uomo di nome Max si reca in un negozio di strumenti musicali per vendere la sua tromba, grazie alla quale aveva lavorato su una nave:"Il Virginian". Sentendo un vecchio disco, il proprietario del negozio si chiedeva chi fosse quell'eccellente pianista che suonava quella musica meravigliosa. Max gli raccontò la storia del suo amico T.D. Lemmon Novecento.
Un uomo di colore che lavorava sulla nave, cercando per terra qualcosa di valore che qualche ricco ospite avrebbe potuto dimenticare in modo da poterla rivendere e arrotondare i suoi guadagni, trovò su un pianoforte un neonato abbandonato. Decise di tenerlo con sé, di fargli da padre, di crescerlo sulla nave. Lo chiamò Novecento, in onore del secolo appena cominciato. A causa di un incidente quell'uomo morì e Novecento rimase orfano per la seconda volta nella sua breve esistenza.


La prima volta che esplorò la nave, la sua attenzione si soffermò su un pianista e rimase affascinato. Una notte il comandante della nave fu svegliato e condotto là dove c'era il pianoforte: il piccolo Novecento suonava una musica meravigliosa e tutti gli astanti, che ascoltavano felici quelle note, come il comandante si chiedevano come avesse imparato a suonare così bene il pianoforte. Divenne ovviamente il pianista della nave.

Quando Max arrivò sulla nave, c'era il mare grosso e tutto veniva scaraventato da una parte all'altra e così lui era preso dal panico; Novecento lo accolse e gli disse di andare con lui, che avrebbe voluto mostrargli una cosa. Si sedette sullo sgabello del pianoforte e gli disse di togliere i fermi e sedersi accanto a lui. Novecento suonava tranquillo mentre il pianoforte volteggiava e viaggiava, così come lui viaggiava con la sua mente mentre suonava. Una scena bellissima, durante la quale Max si chiedeva chi fosse quel pianista un po' matto che riusciva a stare sereno e a suonare in un contesto così.

La fama di Novecento si sparse per tutta l'Europa e così raccontò a Max la sua storia: aveva 27 anni e per il mondo lui non esisteva perché non era mai stato registrato e soprattutto non era mai sceso da quella nave. Aveva sviluppato la capacità di leggere le persone, i loro pensieri, i loro sentimenti e così attraverso di loro aveva conosciuto il mondo.

Molto bella la scena nella quale Novecento fa una gara di pianoforte con l'inventore del jazz. All'inizio Novecento suonava semplicissime melodie per prenderlo in giro e poi suonò in pochissimo tempo così tante note da riuscire ad accendere una sigaretta poggiandola sulle corde roventi del piano, umiliando pesantemente il rivale.

Un giorno dei discografici incisero una sua registrazione pianistica, che avrebbero voluto diffondere ma lui non volle, adducendo come motivazione questa frase: "La mia musica non andrà dove non sono io". Era il cd che il proprietario del negozio di strumenti musicali aveva in mano. Vedendo la sua ritrosia nell'aprirsi al mondo, l'amico Max gli suggerì di provare a scendere dalla nave, almeno una volta per vedere il mondo, perché chiunque avrebbe voluto un grandissimo pianista come lui, per creare una famiglia, per vivere una vita normale.

Spinto dal fatto che si era innamorato di una ragazza, alla quale stava per regalare il suo disco e che lo aveva invitato ad andarla a trovare nella sua città, Novecento salutò tutti gli amici che aveva sulla nave e che aveva conquistato con la sua gentilezza, il suo candore e la sua umiltà e cominciò a scendere i gradini della scaletta che lo avrebbero condotto per la prima volta sulla terra; giuntò a metà, si fermò a pensare un po'. Terminati quei momenti, si voltò è risalì in modo risoluto quei gradini che aveva sceso con riluttanza. Si chiuse in se stesso per qualche tempo e non rivelò neanche a Max il motivo per il quale era tornato indietro. Passato quel periodo triste e silenzioso ritornò ad essere il Novecento allegro, cordiale e disponibile verso gli altri di sempre.

In seguito Max lasciò la nave, che venne svuotata e gli fu comunicato che stava per essere fatta saltare in aria. Lui sapeva che lì dentro c'era Novecento, il suo più grande amico: nessuno gli credeva e così lottò per salire sulla nave e cercarlo. Lo trovò e in quei momenti gli spiegò il motivo per il quale quel giorno non era sceso dalla nave e non lo avrebbe fatto neanche adesso. Era nato e cresciuto in quella nave e quello era il suo mondo; facendo una metafora tra il pianoforte e il mondo gli disse che il pianoforte ha 88 tasti e per questo inizia ed ha una fine e noi vivendo nel temporale aspiriamo all'eternità; guardando la città, sulla scaletta della nave, non riusciva a vedere la fine e capì che quello era lo sgabello su cui si siede Dio; si chiedeva come facessero gli uomini tra le infinite vie possibili a sceglierne una sola, come riuscissero a resistere al desiderare sempre quello che non hanno o ad essere in un posto diverso da quello in cui si trovavano. Lui stava bene lì, nel piccolo mondo che aveva costruito per sé su quella nave e viveva per quello che aveva scelto di essere: un pianista. Non gli mancava nulla ed era felice perché quello che aveva era ciò per cui viveva e non voleva niente di più perché gli bastava. La nave fu fatta esplodere e lui nell'eternità suonava su un pianoforte immaginario, continuando a vivere di quello che aveva scelto e per cui aveva vissuto nel suo personale mondo, che nonostante fosse infinitamente piccolo del mondo reale era più importante, perché fatto di ciò che gli permetteva di vivere e lo rendeva felice.

Questo film racconta una leggenda e non è tratto da una storia vera ma a volte può accadere di trovare una vita molto chiusa, un mondo nel quale in nessun luogo c'è un posto per sé, una vita non vita che annienta. L'unica via d'uscita, l'unico appiglio a cui potersi aggrappare, l'unica vita che si può vivere e fa sentire vivi è quella che si può costruire in base al contesto in cui ci si trova, alle proprie attitudini e grazie alla fantasia. Allora, in qualsiasi luogo, situazione o vita ci sono un posto e qualcosa per cui vivere. Recentemente, grazie ad internet, sono riuscita a vedere la stanza della poetessa Emily Dickinson, nella quale ha vissuto la maggior parte della propria vita senza mai uscire di casa. Non è certo il motivo per il quale si sia volontariamente autoesclusa dalla società: forse il sopraggiungere di problemi agli occhi, di disturbi nervosi, la mancanza di quella sicurezza e quello scudo che permette di relazionarsi con gli altri, una società nella quale la donna non contava nulla, il non voler essere sposa e basta; io credo che siano stati tutti questi fattori a spingerla a prendere quella decisione e non uno solo di essi. È sorprendente come una donna che ha vissuto tutta la sua vita in silenzio e fuori dalla società sia riuscita a farsi conoscere in tutto il mondo e da ogni parte di esso le persone si recano in quella stanza nella quale, su un piccolissimo scrittoio posto davanti alla finestra dalla quale con la sua fantasia vedeva tutto il mondo e viveva tutte le cose della vita nella sua mente, compose lettere e poesie che erano le sue più grandi passioni. La fantasia le ha fatto vivere e vedere cose che forse non avrebbe vissuto e visto anche se si fosse trovata nel mondo: era libera dallo spazio, dal tempo, dalle convenzioni sociali, da una vita reale vuota. Emblematica è una sua frase: "Toglietemi tutto, ma non la poesia". Ha vissuto solo per scrivere. Altro esempio di vita vera: Van Gogh ha vissuto una vita nella quale in tutto aveva fallito, tranne che nell'arte che divenne la sua unica ragione di vita. Il pianista sull'oceano ha vissuto per suonare, non aveva bisogno delle altre infinite cose presenti nel mondo.

Quando non si ha nulla, anche solo una cosa per la quale si è portati e che si ama diventa una ragione di vita, la fonte di ogni gioia, il modo per avere tutto e non sentire più la mancanza di nulla. Quella vita che si costruisce e quel posto nel mondo che altrimenti non ci sarebbero, fanno sentire realizzati, vivi, non bisognosi di nient'altro. Non c'è altro modo per fuggire da una vita e da un mondo in cui non c'è posto in nessun luogo anche vivendo nel mondo: sopravvivere meglio che si può e vivere veramente per una passione. Solo così, comunque vada, la vita sarà stata meravigliosa e la si è vissuta al meglio. In tutto questo, non dimenticare mai di amare come possiamo in cose piccolissime o grandi ed anche se sono poche le persone che vediamo ogni giorno e come scriveva Emily Dickinson: "Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi, non avrò vissuto invano. Se allevierò il dolore di una vita o guarirò una pena o aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido, non avrò vissuto invano". Anche Novecento in quel piccolo mondo che era la nave era buono e gentile con tutti e amava le persone, facendole stare bene anche con piccoli gesti e poche parole. Grandissima capacità di adattamento, amare, una passione e la fede: queste cose permettono di vivere in qualsiasi contesto ed anche in un mondo in cui non c'è un posto per sé in nessun luogo.

Per me scrivere rappresenta quello che la scrittura rappresentava per Emily Dickinson, quello che l'arte significava nella vita di Van Gogh e quello che la musica era per Novecento de "La leggenda del pianista sull'oceano".
Nella vita si fanno tante cose e piacciono molte cose, ma molto spesso una cosa sola è veramente importante per noi ed è quella per la quale abbiamo maggiore attitudine ed insieme al dare amore è quella che aiuta a vivere, dà felicità e ci fa sentire che, comunque vada, grazie a queste due cose la vita acquista un grande significato e non è mai buttata via, e ciò lo si avverte in modo particolare quando nel mondo non c'è un posto per sé in nessun luogo e in nessun contesto di vita.

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