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Recensione ' Last Of The Country Gentlemen ' - Josh T. Pearson ( 2011 )


9 agosto 2011 ore 11:55   di antimoral  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 357 persone  -  Visualizzazioni: 702

"Blood on the tracks", l'album di Bob Dylan del 1975, può essere considerato sul piano narrativo l'antecedente più diretto di "Last of the country gentlemen", il disco con il quale Josh T. Pearson si ripresenta sul mercato a dieci anni di distanza dall'effimera esperienza divisa con i Lift To Experience, che produsse quell'unico lavoro, dal titolo "The Texas-Jerusalem Crossroads", che a tutt'oggi è considerato uno dei principali oggetti di culto discografico degli anni 2000.

Anche tra i solchi del nuovo album di Pearson scorre infatti parecchio sangue e le poche (ma quasi tutte lunghissime) canzoni che lo compongono estrinsecano senza tanti noiosi mezzi termini il linguaggio dell'angoscia, della disperazione, del tormento interiore, senza che venga lasciato praticamente un minimo di spazio per l'ostentazione dell'elemento che a quest'ultimo fa sempre da contraltare classico, vale a dire l'estasi.


"Last of the country gentlemen" può essere recepito ed ascoltato (anche) come l'ininterrotto flusso di coscienza per mezzo del quale, nel corso dei 58 minuti più devastanti che la musica rock abbia partorito da molti anni a questa parte, un personaggio a suo modo oscuro e misterioso e magari un po' folle la sua parte, che non facciamo fatica ad immaginare rinchiuso a doppia mandata dentro la tipica "cabin" americana dispersa nel mezzo del nulla, cerca di combattere per quel che gli è possibile contro le disturbanti presenze e i fantasmi che lo ossessionano e non gli danno pace. Un coacervo di spettri e spiriti che si rivelano essere ad un tempo di natura spirituale, personale e, va da sè, persino cosmogonica.

L'ascoltatore rischia di rimanere agghiacciato al momento della presa d'atto dell'evidente contrasto, che costituisce il valore aggiunto del disco, fra un sostrato musicale estremamente scarno ed impoverito (una scheletrica chitarra acustica e qua e là qualche modesta spruzzata di archi) e una serie di tematiche la trattazione delle quali potrebbe facilmente e superficialmente venire considerata sopra le righe, ma che invece pertiene semplicemente ad un genere di sensibilità che forse nel Sud dell'Europa non siamo tanto abituati a conoscere.

Anche la letteratura europea si è in effetti sovente occupata di temi quali il peccato, il senso di colpa, la necessità di redenzione, l'assunzione o il rifiuto di connotati che potremmo definire "cristologici". Ma era probabilmente dai purtroppo lontani tempi dei capolavori dostoevskijani che non se ne sentiva argomentare in termini tanto laceranti e sanguigni.

Definirei a questo proposito emblematico il primo verso di "Honeymoon's great", nel quale il protagonista confessa di essersi reso conto, evidentemente mentre trascorre la sua luna di miele, di essere innamorato di una donna che non è però quella con cui ha acconsentito ad ascendere all'altare. In tempi di chat rooms erotiche e scambi di coppie semi-legali, il fervore mostrato da Pearson può quasi indurre al sorriso. Lo stesso dicasi per "Sorry with a song", l'estenuato lamento di un personaggio dedito all'alcool che interpreta la sua colpa come un peccato passibile di essere scontato all'inferno e che noi invece affronteremmo, se non in modo più leggero, certo da un punto di vista maggiormente razionale.

Ma chiaramente Josh T. Pearson è un musicista ed un poeta che, al pari di molti artisti appartenenti alla più recente scena dei neo-tradizionalisti, non divide legami ed appigli particolari con il nostro tempo e il nostro spazio. Egli tenta di comunicare le sue ansie parlando da un "altrove" misterioso ed inafferrabile - ed è proprio questa componente a fare di "Last of the country gentlemen" una delle opere più affascinanti e "atemporali" di sempre, dotata dei requisiti in virtù dei quali la si può collocare sullo stesso piano di "Astral weeks" di Van Morrison e "The cycle is complete" di Bruce Palmer.

Ci si accosti al primo album da solista di Josh T. Pearson con la consapevolezza che è necessario rivedere, anche se soltanto per il circoscritto tempo di un'oretta, il novero dei propri punti di vista. Solo adottando questo importante accorgimento iniziale si può sperare di entrare almeno in parte in sintonia con l'universo interiore di un "folle" che in "Thou art loosed", l'esemplificativo brano d'apertura, lascia intendere di essere talmente compreso del suo obliquo e straziato mondo interiore da potersi immedesimare, o addirittura scambiare, con una sorta di figura neo-cristologica (o con Cristo tout court?), che deve abbandonare il non ben identificato oggetto d'amore per assumere su di sè l'incarico di andare per il mondo così da adoperarsi per poterlo salvare.

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Commenti

 

Complimenti

Inserito 9 agosto 2011 ore 12:05
 

Grazie mille!

Inserito 10 agosto 2011 ore 12:48
 

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