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Rush - Moving Pictures


19 giugno 2011 ore 02:19   di timeblock  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 316 persone  -  Visualizzazioni: 573

I Rush sono stati sicuramente uno dei gruppi chiave per quanto riguarda il progressive rock anni ’70 – ’80, vuoi per le spettacolari capacità esecutive sia in studio che dal vivo (in tre sono capaci di suonare quanto un’orchestra!), vuoi per la qualità e l’originalità dei brani; la loro carriera musicale inizia abbastanza lontano dalla impostazione prog, e più vicino alle sonorità classiche dell’hard rock, trasformatesi piano piano in sonorità più articolate e complesse, fino ad arrivare a vere e proprie vette stilistiche come il qui presente “Moving Pictures”.

Il gruppo è tornato recentemente in auge con un nuovo album ed una serie di live dopo un lungo periodo di pausa, dovuto in particolar modo a gravi problemi che hanno colpito il fantasmagorico batterista Neil Peart; il trio composto da Geddy Lee (voce, basso, synth), Alex Lifeson (chitarre, voce, synth), ed il sopraccitato Peart sono l'ennesima dimostrazione che per trovare un gruppo che sia capace di dimostrare come si suona e come si compone, il più delle volte sia necessario scavare nel passato.
Solitamente, uno dei modi per misurare la grandezza di un gruppo è quello di misurare l’influenza che ha avuto nelle sonorità delle generazioni successive; i Rush in questo senso hanno contribuito alla crescita musicale di gruppi progressive blasonatissimi degli anni ’90 ed oltre; un po’ di nomi? Sicuramente uno tra tutti: Dream Theater e progetti affini (Mike Portnoy è figlio di Neil Peart… c’è da considerare che ci sono delle sensibili analogie anche nella disposizione dei pezzi della batteria!), che forse rappresentano la diretta incarnazione ed evoluzione del loro sound.


Ascoltando brani come “Yyz”, uno strumentale caratterizzato da tempi dispari e riff iniziale abbastanza cattivello, non si può fare a meno di notare le atmosfere che hanno caratterizzato quell’ “Images and Words” di qualche anno dopo; tra l’altro, la suddetta canzone è stata scelta come cover dai Dream Theater per la partecipazione ad un cd di tributo ai Rush, che vedeva come protagonisti anche altri gruppi del panorama prog-metal attuale… un’altra riflessione: vi siete mai chiesti perché, tra tanti cantanti disponibili, il nucleo originario dei Dream Theater scelse proprio Charlie Dominici, caratterizzato da una voce sicuramente non eccezionale? La risposta è semplice: per diretta ammissione di Portnoy, fu scelto proprio perché era uno dei pochi in grado di cantare le cover dei Rush!

La maestria a livello compositivo a mio avviso viene fuori quando i brani, pur avendo una struttura tecnica abbastanza ostica, risultano gradevoli all’ascolto, tanto da far sembrare regolari dei tempi dispari; come si può ascoltare da “Limelight”, secondo il mio modestissimo parere uno dei brani più belli della loro intera carriera, e sicuramente la punta di diamante dell’album; in questo brano non è sbagliato nulla, ed ogni suono è posto dove dovrebbe essere, senza esagerazioni (ogni riferimento a qualche altro gruppo è puramente voluto).
L'album lascia spazio a brani più riflessivi e di atmosfera, come esempio “The camera eye” e “Witch hunt”, davvero geniali anche dal punto di vista ritmico, basti ascoltare le linee melodiche del basso (da considerare anche che dal vivo il buon Lee è in grado di suonarle senza difficoltà mentre canta!)
La conclusione del disco è affidata alla spettacolare “Vital signs”, particolarissima song caratterizzata da una base musicale abbastanza fuori dal comune, e da un ritornello molto orecchiabile, l’ultima chicca della band, quasi a voler regalare l’ultima perla prima della fine dell’album.

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