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Sensations' Fix - Fragments Of Light (1974)


13 settembre 2011 ore 13:58   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 359 persone  -  Visualizzazioni: 749

Probabilmente non sarà conosciutissimo, ma Franco Falsini, polistrumentista fiorentino, ha rappresentato, a mio modestissimo avviso, una delle personalità più geniali del panorama progressive italiano. Ora non sto a soffermarmi più di tanto sulle motivazioni che hanno impedito a lui e ai Sensations’ Fix di incidere ancora più significativamente nella storia della musica italiana; potrei fare solo tante supposizioni.

I Sensations’ Fix nascono tra il 1973 e il 1974 come trio: Franco Falsini (ex Noi Tre, ex Le Madri superiori) suona le chitarre e le tastiere (prevalentemente sintetizzatori); Richard Ursillo (ex Campo di Marte), italoamericano, suona il basso, e l’americano Keith Edwards suona la batteria e le percussioni. Nonostante le diverse origini, i Sensations’ Fix sono sempre stati considerati un gruppo italiano. Il trio esegue un genere molto originale, generalmente dalle sonorità piuttosto cupe, vicine ora ai primi Pink Floyd, ora – e in massima parte – al movimento del cosiddetto krautrock. Si pensi, poi, che i loro primi lavori sono stati eseguiti su un registratore – analogicissimo, ovviamente, vista l’epoca – ad appena quattro tracce, il che costituirà una caratteristica, ma anche, nel contempo, un limite.


Eppure qualcuno, alla Phonogram – che, all’epoca, distribuiva i dischi della Polydor – capì di avere a che fare con dei talenti non propriamente comuni; la conseguenza fu che il contratto sottoscritto con i tre musicisti li autorizzava a registrare praticamente qualunque cosa che derivasse dal loro estro e a sottoporla, già pronta, al vaglio della produzione. Fatto sta che, nel 1974, i Sensations’ Fix incideranno tre album, anche se il primo solo a titolo promozionale.

Il loro secondo disco – che però, in effetti, è il primo ad essere distribuito nei negozi – è Fragments of light. Non è certo musica per tutte le orecchie; per ascoltare roba come questa ci vogliono timpani – e anche cervelli – allenati. E’ però evidente, sin dal primo ascolto, che il gruppo ha stoffa da vendere. L’incipit del brano d’apertura, la title-track, è acustico, per poi sfociare in un tappeto di sintetizzatori: tutto molto bello, è una ventata d’aria fresca che ci prepara a qualcosa di molto più cervellotico. Di spaziale. Ebbene sì, perché i rimandi agli alfieri della musica cosmica tedesca (Tangerine dream, Ash Ra Tempel, Can, Popol Vuh), da ora in avanti, diventeranno via via più evidenti. Già Nuclear war in your brain, elettronicissima e spaziale, senza né basso né percussioni, la dice lunga. Verso il finale compare la voce di Falsini, poco più di un lamento (in realtà, i brani cantati saranno appena tre); in Music is painting in the air è, invece, la chitarra a recitare la parte del leone; tutto il brano è supportato da una chitarra acustica per canale, su cui si innestano, successivamente, la chitarra elettrica e le tastiere. Un piccolo capolavoro di tecnica e di sensibilità musicale. Ma il “riposo” dura poco, perché ci immergiamo di nuovo nello spazio, con Windopax and the stone sender (grancassa e sintetizzatori) e Space energy age, con un frenetico generatore di percussioni a far da sfondo alle tastiere, alla chitarra e – finalmente – alla voce di Franco Falsini. Che questa volta canta. Chiude il lato A la strumentale Metafel Mafalac (sono almeno trentacinque anni che mi chiedo cosa significhi), breve esposizione di una pioggia di sintetizzatori.
Space closure – è inutile commentare il titolo – è, probabilmente, il brano più smaccatamente prog e uno dei più concreti del disco. Qui, finalmente, Ursillo ed Edwards possono sbizzarrirsi con i loro strumenti. Le chitarre sono assenti, ma il tessuto sonoro del brano è assicurato dalla solita abbondanza di tastiere. L’inaspettato finale – che sembra preso pari pari da Radioactivity dei Kraftwerk, che però, attenzione, è stato pubblicato uh anno dopo – fa rizzare i capelli in testa. A chi li ha ancora, ovviamente. Anche in Music without gravity la voce di Falsini è quasi un sospiro, mentre Do you love me? concede tre minuti circa alla melodia e al bel canto. Life beyond the darkness è costituita da un tappeto di batteria elettronica, sul quale duettano due sintetizzatori. L’album si chiude con Telepathic children, il brano forse più indefinibile dell’opera, in cui riesce difficile inseguire gli strumenti che sembrano correre ciascuno per conto proprio.

E’ decisamente una bella prova d’esordio, un confortante inizio ed un originale mix di progressivo ed elettronico. Purtroppo, a causa dei mezzi “artigianali”, e, probabilmente, anche delle varie sovraincisioni, la qualità audio non è eccelsa, e anche la masterizzazione su CD, risalente agli anni ’90, non ha potuto fare granché. Del resto, con ogni probabilità, i Sensations’ Fix hanno inteso, in questo modo, attribuire alla loro musica un inequivocabile segno distintivo, e, in tal caso, ci sono riusciti perfettamente.

Manco a dirlo, Franco Falsini è l’autore di tutte le canzoni, testi – ove presenti – compresi, mentre la produzione è di Filippo Milani.

Appena dato alle stampe il disco, il gruppo si mette subito al lavoro (ma dove? In qualche cascina fuori porta?) per il prossimo disco, che verrà pubblicato appena dopo qualche mese.

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