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So Beautiful Or So What - Paul Simon 2011, Recensione


19 agosto 2011 ore 23:05   di antimoral  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 540 persone  -  Visualizzazioni: 849

Quest'anno la pur importante ricorrenza del settantesimo compleanno di Bob Dylan ha purtroppo messo parzialmente in ombra quella di un suo illustre coetaneo, Paul Simon, che come lui nacque in quel 1941 che, alla luce dei fatti, deve proprio essere considerato da un certo punto di vista un anno d'autentica grazia.

All'autore di "The Sound of Silence" non passò lontanamente per la testa di auto-celebrarsi neppure alcuni anni fa, quando venne insignito di quel Premio Gershwin che a tutti gli effetti lo pose ufficialmente allo stesso livello degli altri grandi scrittori e narratori americani. Chi pensasse dunque all'ultimo album di Simon, So Beautiful or So What, come ad una specie di torta di compleanno che l'artista avesse pensato di cucinarsi da solo, quasi a voler sottolineare la realtà della sua propria statura, sarebbe indicibilmente lontano dalla verità. Quest'osservazione non venga per nulla giudicata oziosa, se è vero che svariate recensioni (di marca prettamente italiana) si sono erroneamente appuntate sul presunto dato per cui il nuovo lavoro del settantenne Paul Simon vada necessariamente visto come una sorta di bilancio esistenziale stilato con l'ausilio delle parole e della musica.


Mi piacerebbe tanto poter cambiare il mio negativo parere riguardo all'operato della gran parte dei critici nostrani, ma è un fatto che ancora una volta, per di più di fronte al valore di una tanto sontuosa opera, non hanno potuto esimersi dal peccare in quanto a superficialità. Il fatto che le canzoni di "So Beautiful or So What" trattino a iosa i temi della caducità della vita, della morte, di ipotesi di vita nell'aldilà, del rapporto tra l'uomo e la divinità, del tentativo di stabilire un contatto con le creature immortali che là ci stanno aspettando deve aver ingannato molti esegeti, in special modo quelli che non si preoccupano di prendere in esame le questioni relative alla musica pop anche da un punto di vista storiografico. Fare questo, in poche parole, significa entrare nell'ordine di idee per cui ogni nuovo parto discografico non rappresenta un'isola a sè stante, una fatua "compilation" di canzoni fine a se stessa, bensì il più recente approdo di un cammino artistico che, nel caso di Paul Simon, prese il via nientemeno in tempi in cui ancora quasi nemmeno si fruiva della musica nel formato LP.

Se si sottopone il quasi cinquantennale lavoro di Paul Simon ad un adeguato e consono processo di storicizzazione, non può non emergere che il compagno di tanti storici duetti di Art Garfunkel era uso parlare di certe questioni assolutamente campali già in giovanissima età, per di più in un decennio in cui la sua poetica diede origine, se paragonata a quelle che andavano per la maggiore negli anni '60, ad un contrasto stridente e potente quant'altri mai. Mentre dalla solatìa e colorata California sgorgavano a getto continuo i richiami alla coltivazione delle virtù della pace e dell'amore Paul Simon, vuoi perchè un po' cinico per natura vuoi perchè figlio di quella New York che storicamente allunga da sempre sulle cose della vita uno sguardo ammantato di disincanto, ammonì tra l'altro (brutalmente, ma tant'è....) che il silenzio si stava insinuando e cresceva come un cancro in mezzo alle pieghe delle cose del mondo.

Insomma, sul piano formale (e magari anche sostanziale) non c'è poi troppa differenza fra il poeta che quest'anno compie 70 anni e quello che, in conseguenza dell'azione degli elementi che prima abbiamo indicato, aveva già assunto la sua cospicua dose di disincanto in un periodo in cui di anni ne aveva a malapena 25. Semmai ciò che rende diverse le canzoni di "So Beautiful or So What" da quelle che Simon scrisse allora è l'impulso tutto naturale ed umano a traslare certe problematiche da tanti anni care all'autore su un piano di maggiormente pregnante spiritualità. Non si deve per questo pensare a "So Beautiful or So What" come ad un album di lamentazioni ed invocazioni di matrice gospel, chè anzi si ricava netta l'impressione che la patina di disillusione propria all'artista finisca per andare a coinvolgere anche gli aspetti ultraterreni tipici della sua poetica più recente. Di conseguenza non è ben chiaro se i personaggi che popolano le sue attuali composizioni, emblematico a questo proposito il protagonista del brano Rewrite, si prefiggano lo scopo di compiere un certo lavoro preparatorio nella veste di autentici "true believers" o se ci si trovi semplicemente in presenza di un comprensibilissimo tentativo di esorcizzare (per l'ennesima volta) il risaputo e notorio coacervo delle paure e delle angosce umane.

Nel 2006, in Italia ma in quel caso credo anche nel mondo, al seminale album Surprise, inciso da Paul Simon in coabitazione con Brian Eno, venne dato l'identico risalto di cui verrebbe degnato l'ipotetico disco pubblicato dal "pusher" di Rihanna. Il proverbiale snobismo dei critici considerò quella magniloquente opera praticamente alla stregua della realizzazione di uno sfizio momentaneo, quasi che, una volta in cui l'autore fosse stato in grado di soddisfarlo, sarebbe stato lecito (e magari dovuto) dimenticarsene in tutta fretta. Quale sorpresa e quale scorno certi scombinati pontificatori avranno dovuto patire, all'atto dell'ascolto di "So Beautiful or So What"! Non soltanto infatti oggi Paul Simon non considera quella divisa con Eno come un'esperienza da sbattere alla rinfusa dentro le pratiche d'archivio, ma addirittura il suo ultimo disco si alimenta prioritariamente dell'idea e dell'attitudine operativa che fanno di "Surprise" una delle poche opere davvero rivoluzionarie di questi primi anni 2000 musicali. L'autore delle mai troppo celebrate "musiche per aeroporti" non lavora più oggi al fianco di Simon, ma la sua visione obliqua e (in senso lato) surrealista delle cose della musica e del mondo conferissce un'irripetibile aura d'originalità e d'inusualità ad una serie di materiali sonori che dopotutto rappresentano il marchio di fabbrica del compositore di "The Boxer", ormai dai tempi della fine del sodalizio con Art Garfunkel.

Da "So Beautiful or So What" traspaiono, benchè via via sempre più distanti e remoti, i seminali echi di "Graceland", mentre il doo-wop, il jazz da camera e il rock 'n roll d'antan continuano a costituire i nodi centrali dell'espressione musicale di Paul Simon. Tutto però è come filtrato attraverso la sottile ma invasiva potenza di una lente prismatica che oggi non rappresenterebbe uno dei punti fermi di un certo patrimonio artistico, se qualche anno fa Paul Simon non si fosse deciso a compiere il passo di incidere il secondo album di "ambient rock" della storia della musica. Il primo fu, manco a dirlo, il disco d'esordio di certi Roxy Music.

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