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Uriah Heep - Demons And Wizards (1972) - Recensione


19 agosto 2011 ore 14:01   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 420 persone  -  Visualizzazioni: 724

Ricomincio da tre. No, non intendo parlare del capolavoro di Massimo Troisi. E’ quanto avranno pensato i tre componenti della band dopo le defezioni di Paul Newton e di Iain Clarke, specie dopo che la strada sembrava, con Look at yourself, già tracciata e la linea musicale finalmente ben definita. E’ una bella botta, ma i tre decidono di andare avanti. Per fortuna.

Il reclutamento si risolve innanzitutto con l’ingaggio del nuovo batterista: è Lee Kerslake, già noto a Ken Hensley per aver suonato con lui e con – udite, udite – Greg Lake nei Gods. Kerslake si rivela subito all’altezza della situazione, e, dopo un peregrinare lungo due anni e quattro batteristi, costituirà la soluzione definitiva del problema percussioni. L’artista – tranne la breve parentesi di Conquest – abbandonerà il gruppo solo nel 2007 e, purtroppo, per motivi di salute.
Al basso giunge invece un nome prestigioso: è Mark Clarke, solido artista con alle spalle due dischi – di cui uno live - col gruppo progressive dei Colosseum. Da notare che Gerry Bron, produttore degli Heep sino al 1975, è lo stesso dei Colosseum.


Gli UH decidono di pubblicare subito un singolo e si mettono all’opera, dando alle stampe The wizard. Che qualcosa di nuovo stia accadendo lo si scorge dalle prime note: l’inizio è insolitamente acustico, cosa mai successa sinora; la voce di David Byron, che irrompe dopo alcuni arpeggi di chitarra, è pastosa e, nel contempo, possente; l’impasto vocale è perfetto. Infine, gli autori: Ken Hensley e Mark Clarke.

Il brano è splendido e conquista subito la vetta delle classifiche, ma l’imponderabile è sempre in agguato. Dopo appena dieci mesi di permanenza, Clarke lascia il gruppo; il suo equilibrio psicofisico è stato alterato dalla frenetica attività e dal conseguente stress cui è sottoposta la band, e Clarke, sull’orlo di un crollo nervoso (e pensare che ha appena ventidue anni), è costretto a staccare la spina. Lui, andando via, forse ancora non sa di aver lasciato in eredità, ai suoi ex compagni, un evergreen che costituirà uno dei maggiori successi – se non il maggiore – degli Uriah Heep, che per decenni lo riproporranno ad ogni concerto. Curiosità: il ritornello “Why don’t we listen to the voices in our heart……..” è cantato proprio da Clarke, e non è vero, come si vociferò in seguito, che le sue parti di basso del brano siano poi state ripassate dal suo successore.

Cessato il problema-batteria, adesso arriva il problema-basso. Tra l’altro, c’è da scrivere il resto dell’album. Viene quindi ingaggiato Gary Thain, classe 1948, neozelandese di Christchurch, reduce da ben sei dischi con la Keef Hartley band, e, soprattutto, abituato a suonare soltanto blues e jazz e a non usare mai il plettro. Ma Thain è un artista vero ed un bassista, a mio avviso, tra i tecnicamente più dotati della storia del rock. E non apprezzato come avrebbe meritato. I suoi virtuosismi sono tali che, per seguirli, si rischia di non ascoltare il brano adeguatamente.
Come se niente fosse, Thain, appena arrivato, comincia immediatamente a macinare note e, dopo appena quattro mesi dal suo ingresso nel gruppo, può essere pubblicato il nuovo album.

Demons and wizards è il perfetto risultato di una vera e propria fusione, dell’equilibrio perfetto tra tecnica, individualità e collettività. E’ un album assolutamente straordinario, da gustare, se si può, con calma e al buio, per apprezzarne tutte le sfumature. Non c’è da scartarne un solo minuto; le atmosfere sono oniriche, fantastiche, magiche, anche per il contributo dei testi. Spiccano, dopo The wizard, Traveller in time (splendido il drumming di Lee Kerslake), in cui questa volta il moog viene suonato da Hensley (basti ricordare July Morning), Easy livin’, altro singolo di grande successo, la fantastica Poet’s justice, e, a chiudere il lato A, Circle of Hands. Il brano inizia con l’organo di Ken Hensley, sapientemente “corretto” con il Leslie, prosegue con Box che fa piangere la propria chitarra e si conclude nuovamente con Hensley con un assolo alla steel guitar.

Il lato B si apre con la spettrale Rainbow demon, tra i brani più hard del disco, in cui Kerslake picchia assai duro, la allegra All my life e la monumentale Paradise & The spell, brano di quasi tredici minuti diviso in due parti: la prima (Paradise), molto acustica e cantata alternativamente da David Byron e Ken Hensley; la seconda (The spell), decisamente più movimentata e caratterizzata da un altro splendido assolo di steel guitar, presumibilmente di Hensley.

Ciò che stupisce è l’improvvisa e perfetta amalgama in un gruppo con ben due nuovi innesti, tra i quali addirittura Kerslake interviene già nella composizione di tre brani (Traveller in time, Poet’s Justice e All my life). Il quintetto ha finalmente acquisito una propria identità: è il vero Heep sound, che durerà almeno fino al 1975. Oramai non li ferma più nessuno, con buona pace della giornalista Melissa Mills.

Curiosità: per la copertina gli UH si rivolgono al grande Roger Dean (che studierà splendide cover soprattutto per gli Yes), che collaborerà con loro anche per il successivo album.

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Commenti

 

Ma scusa "... very 'eavy very 'umble ..." lo salti? Vogliamo ignorarlo, come se fosse robaccia? Tutto inizia da lì.

Inserito 21 agosto 2011 ore 20:48
 

Altro che robaccia... ho già parlato sia di "Very 'eavy... Very 'Umble", sia di "Look at yourself". Se provi ad effettuare un riavvolgimento nella categoria, li troverai. Questi signori avrebbero meritato ben altro trattamento dalla critica. Per fortuna ci ha pensato, come sempre accade, il pubblico.

Inserito 22 agosto 2011 ore 11:20
 

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