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Uriah Heep - High And Mighty - Recensione


13 ottobre 2011 ore 16:34   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 548 persone  -  Visualizzazioni: 1013

Le belle cose costituiscono un meccanismo a termine. La cosiddetta “Byron era” degli Uriah Heep non sfugge alla regola: infatti, la situazione interna al gruppo è diventata insostenibile. Basti pensare che durante un concerto a Philadelphia – il cantante era, con ogni probabilità, ubriaco – David Byron incespica sulla base del proprio microfono, suscitando l’ilarità del pubblico. La relazione dell’artista è inaspettata e violenta, mandando a quel paese – ma vi assicuro che è un eufemismo – tutti i presenti.

Come se non bastasse, gli Uriah Heep, dopo otto album (in cinque anni), decidono di prodursi da sé, scaricando Gerry Bron. Fin qui, nulla di strano; tanti artisti (i Pooh, giusto per fare un esempio di casa nostra), una volta “spuntate le ali”, lasciano i propri pigmalioni per prodursi da soli e sentirsi più indipendenti. Ma il divorzio con Gerry Bron ha un sapore diverso, dato che i rapporti della band col produttore erano tesi già da tempo. Pare che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stata la paventata intenzione di non distribuire il nuovo disco negli USA. Gli UH continueranno, comunque, ad incidere per la casa discografica di proprietà di Bron (la Bronze), che continuerà ad essere il loro manager.


High and mighty non è un brutto disco, ma risente pesantemente, come i due precedenti, del resto, della situazione interna al gruppo. Intanto, sembra quasi un album di Ken Hensley suonato dagli Uriah Heep in qualità di session-men. Infatti, otto dei dieci brani dell’album sono scritti per intero dal tastierista, mentre gli altri due (Weep in silence e Footprints in the snow) sono scritti da Hensley insieme a John Wetton. Immagino che la cosa non sia stata digerita con facilità dal resto del gruppo, ma probabilmente non c’era di meglio a disposizione. Infatti, la frenetica attività dal vivo della band aveva indotto i musicisti a comporre assai meno del solito.

A complicare la situazione, David Byron si becca la varicella, disertando così alcune delle session di registrazione del disco. In una di queste Wetton incide la parte vocale di uno dei migliori brani del LP, One way or another, ed il risultato, evidentemente, è così apprezzato che si decide di pubblicarlo così com’è, senza risentimenti da parte di Byron. A parte qualche pezzo più tipicamente “heep” (One way or another, Can’t keep a good band down, Footprints in the snow), e un discreto rock and roll (Make a little love), il resto non è decisamente all’altezza della fama del gruppo, e il disco sarà un colossale flop. Gli stessi musicisti riconosceranno – Byron ed Hensley in testa – che High and mighty non sembra un disco degli Uriah Heep. Sembrano passati trent’anni dal pur vicinissimo Return to fantasy. Sono emblematiche le parole di Can’t keep a good band down: “We could still be friends and quit this fightin'/And let the real story be told” (si potrebbe ancora essere amici ed abbandonare queste lotte/E lasciare raccontare la vera storia). Ma oramai il gruppo è entrato in un vicolo cieco.

Intendiamoci, il suono è sempre quello giusto, gli artisti non si discutono, ma tutto il disco è pervaso da un senso di provvisorietà, di attesa che qualcosa succeda. E qualcosa, in effetti, accade.

Circa un mese dopo l’uscita del disco, gli Uriah Heep defenestrano David Byron. Non so, nel dettaglio, se ci sia stata una vera e propria causa scatenante; probabilmente la dipendenza dall’alcool del cantante ha generato un’atmosfera irrespirabile, ed evidentemente magre figure come quella rimediata a Philadelphia si sono susseguite con troppa regolarità. La cacciata di Byron è richiesta a gran voce, primo fra tutti, da Ken Hensley (pare abbia detto testualmente “o lui o io”).

Ritengo che Hensley e Box si siano resi conto di ciò che andavano a fare: probabilmente non avevano altra scelta. Però, privare un gruppo di un elemento fortemente caratterizzante come la voce solista, significa, come si usa dire dalle mie parti, “metterlo in mezzo a una strada”. E così è stato. Anche John Wetton, che a quanto pare aveva stabilito un rapporto di sincera amicizia con Byron, se ne va. Solidarietà? Quando c’è di mezzo tanto denaro, non saprei. Altre grandi fortune, comunque, attendono il bassista inglese.

Gli UH si rimettono alla ricerca dei sostituti, e li trovano in John Lawton (voce) e Trevor Bolder (basso); quest’ultimo è un eccellente strumentista, già noto al pubblico per essere stato il bassista degli Spiders from Mars, il gruppo che ha supportato David Bowie negli storici primi quattro LP (tra cui il notissimo Ziggy Stardust). Dal lavoro della nuova formazione scaturisce l’album Firefly. Non acquisterò subito questo disco, perché forse istintivamente ho già capito tutto; pertanto, me lo faccio prestare per “registrarlo” su una “musicassetta” (parole ormai abbondantemente desuete, anzi: anacronistiche).

L’ascolto è per me uno choc. Avete mai provato ad immaginare i Led Zeppelin con una voce che non sia quella di Robert Plant? O gli Yes con una voce che non sia quella di Jon Anderson (anche se un solo disco con altra voce solista, in effetti, venne pubblicato)? E i Doors? Dopo la morte di Jim Morrison, hanno tirato avanti per un paio d’anni, per poi sciogliersi per disperazione. L’assenza della magnifica voce di David Byron, che tanto avevo apprezzato, mi lascia completamente spiazzato.
Ma questo non è l’unico dettaglio importante. Il disco appare floscio, specie se rapportato ai precedenti, anonimo, incolore, musicalmente lontano anni luce dai precedenti, al punto che ricordo di non aver avuto il minimo desiderio di riascoltarlo, e pertanto lo restituisco al mio amico senza averlo registrato. Non c'è una sola canzone, in quest'album, di cui io ricordi anche una sola nota.
Pertanto per me, a questo punto, cala la tela. E’ stato un vero e proprio contraccolpo psicologico: non acquisterò, né ascolterò più, per almeno tredici anni, un nuovo disco degli Uriah Heep, finché un giorno, in bella esposizione, scorgo la copertina di un disco, disponibile solo in vinile: “Uriah Heep – Live in Moscow”. Lo compro per curiosità: non seguendo la stampa specializzata, non sapevo nemmeno che gli UH fossero ancora in attività. Le note di alcuni dei loro brani storici, interpretati dal “nuovo” cantante Bernie Shaw, mi riportano indietro nel tempo; in effetti Shaw ha indubbie doti di vocalist, anche se molto lontane da quelle di Byron, ma gli Heep sono evidentemente già stanchi. Lee Kerslake, in particolare, è spaventosamente ingrassato, e il suo drumming appare impomatato: è evidente che non può più muoversi liberamente come si conviene ad un batterista.

Nel frattempo - precisamente nel 1980 - anche Ken Hensley ha abbandonato il gruppo, che verrà così privato anche della sua principale mano compositrice. L'anno successivo Mick Box tenterà di riportare Byron nel gruppo, ma il cantante opporrà un netto rifiuto.

Gli Uriah Heep, anche se le loro incisioni, nel tempo, si sono estremamente rarefatte, sono ancora in attività; del nucleo originale è rimasto solo Mick Box, visibilmente invecchiato (non dimentichiamo che ha pur sempre 64 anni) ma sempre sorridente; Lee Kerslake, dopo trentacinque anni di permanenza – tranne la breve parentesi di Conquest – nel gruppo, è costretto a dare forfait per motivi di salute, suppongo strettamente connessi alla sua pinguedine. E’ il 2007: viene sostituito da Russell Gilbrook. Onestamente non so quale sia il livello della loro musica, né chi scrive i loro brani, né come suonano adesso. Però il sapere che, dopo quarant’anni, siano ancora con gli strumenti in mano, mi rincuora e mi fa illudere che il tempo si sia fermato.

Non resta che una doverosa, conclusiva puntualizzazione su David Byron. Il cantante, dopo essere stato mandato via dagli Heep, inciderà un lavoro da solista (Baby faced killer), fonderà una prima band (Rough Diamond), con cui inciderà un solo disco, poi una seconda (The Byron band), che avrà anch’essa al proprio attivo un solo album (On the rocks). Denominatore comune di tutti questi lavori sarà lo scarsissimo successo, il che non aiuterà certo il musicista a superare un momento di crisi che dura oramai da molti anni. Dirà di lui Ken Hensley più o meno “E’ un uomo che quando vede cose sbagliate, invece di guardarle in faccia ed affrontarle, ripiega nell’alcool”. E’ evidente che, come Gary Thain e al contrario di Ken Hensley, non ha avuto il coraggio di affrontare un percorso di disintossicazione. Thain non ne ebbe forse il tempo, ma lui sicuramente sì. Però, specialmente adesso, Byron si lascia vivere come suo solito, finché, il 28 febbraio 1985, viene trovato morto nel suo appartamento. Aveva trentotto anni. La diagnosi del medico legale è: epilessia e steatosi epatica. Non mi è dato sapere se e quanto alcool avesse nelle vene.

Con lui, scompare una delle più belle voci della storia del rock ed una delle figure più controverse del panorama musicale mondiale.

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