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Uriah Heep - Look At Yourself (1971) - Recensione


23 luglio 2011 ore 17:49   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 455 persone  -  Visualizzazioni: 805

Nei primi mesi del 1971 gli Uriah Heep incidono “Salisbury”. Per alcuni è una delle pietre miliari nella storia del gruppo: personalmente, mi lascia alquanto indifferente. E’ pur vero che il disco contiene due brani molto famosi, Bird of Prey (una delle cose più rock mai fatte dagli UH) e, soprattutto, The lady in black, nonché la lunga suite che dà titolo all’album, caratterizzata da un accompagnamento orchestrale che, in realtà, non era una grande novità per l’epoca (basti pensare alla magnifica Atom heart mother dei Pink Floyd – orchestra di Ron Geesin – e al Concerto for group and orchestra dei Deep Purple – con la Royal Philarmonic Orchestra – entrambi del 1970).

Ma, a quanto pare, il vero problema continua ad essere il batterista. Alex Napier aveva svolto egregiamente il proprio compito, andando a coprire il posto lasciato vacante da Ollie Olsson, ma il gruppo ha bisogno di un componente fisso. Per registrare Salisbury viene chiamato Keith Baker. Anche lui si rivela un buon turnista, ma anche lui dura da Natale a Santo Stefano.


Nello stesso anno, prima di entrare in sala d’incisione per la registrazione del nuovo album, gli UH reclutano Ian Clarke - che aveva alle spalle due album con il gruppo rock progressivo dei Cressida - che è assolutamente all’altezza della situazione. Il caso, però, vuole che, almeno nell’edizione italiana del disco, Clarke non venga affatto nominato nell’elenco dei componenti del gruppo. O non è un caso?

Comunque sia, Look at Yourself è davvero un ottimo disco, un vero spartiacque nella carriera del gruppo, un album in cui si palesa la linea musicale che porterà gli UH ai massimi livelli. In effetti, non c’è un brano fuori posto. Si inizia con la martellante Look at Yourself – per la quale collaboreranno, alle percussioni, tre componenti del gruppo degli Osibisa – per proseguire con I wanna be free, delicata e pesante nello stesso tempo. Il lato A si chiude con la lunghissima e indimenticabile July Morning – oltre dieci minuti – caratterizzata da un interminabile finale in cui compare come solista, per la prima volta nella storia del gruppo, il moog, suonato da Manfred Mann.

Il lato B (nulla a che vedere con l’accezione con cui viene utilizzato oggi, in modo alquanto pecoreccio, questo termine) si apre con la “tosta” e rutilante Tears in my eyes, in cui gli UH dimostrano di avere già acquisito un notevole impasto vocale, prosegue con la tetra Shadows of grief (antesignana della musica dark?) e con l’eterea What should be done. Stando alle note di copertina, il brano sarebbe stato composto, arrangiato e suonato in tre-quattro ore, ed è un pezzo che mette in evidenza il lato soft delle grandi doti vocali di David Byron. Il disco si conclude con la chiassosa Love machine.

L'originalissima copertina era occupata, nella stampa che acquistai negli anni 70, quasi per intero da una lamina metallica che distorceva artatamente le immagini riflesse. Del resto, cosa vuol dire Look at yourself, se non "guarda in te stesso"?

Rispetto alla loro prima opera – ma il fatto era parso già evidente in Salisbury – Ken Hensley firma le musiche di tutti i brani, mentre invece Paul Newton è assente dalla lista degli autori e Mick Box collabora appena ad un pezzo.

Il disco è suonato benissimo, e l’apporto dato dalle percussioni di Ian Clarke è determinante. Tutto molto bello, però i problemi sono – come sempre – dietro l’angolo. Gli UH interrompono i rapporti col padre di Paul Newton, che era una specie di manager per il gruppo; le tensioni che ne scaturiscono inducono il bassista, uno dei membri fondatori, a lasciare gli Uriah Heep. E non basta: tanto per cambiare, va via anche Ian Clarke. Quattro batteristi in due anni: è quasi grottesco, ma questi problemi stanno per finire.

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