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Uriah Heep - Sweet Freedom (1973) - Recensione


29 settembre 2011 ore 17:10   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 418 persone  -  Visualizzazioni: 778

A pochissimi mesi dall’uscita del capolavoro Demons and wizards, gli Uriah Heep entrano nuovamente in sala d’incisione e pubblicano The magician’s birthday. Il tocco è sempre lo stesso, l’amalgama – straordinariamente raggiunta in assai meno di un anno – pure, la copertina è ancora del fantastico Roger Dean, il disco contiene alcuni brani tra i più suonati nei concerti del gruppo (Sunrise, Sweet Lorraine, Rain, Spider woman), eppure… non riesce ad entusiasmarmi.

In realtà anche Ken Hensley, anni dopo, confessò che avrebbe voluto più tempo perché questo fosse, in tutto e per tutto, un concept-album e che quindi non era molto soddisfatto del risultato. Può darsi che il produttore Gerry Bron abbia spinto il gruppo ad affrettarsi per cavalcare l’onda del successo del lavoro precedente, ma, personalmente, ritengo non sia stata un’ottima idea. Il disco venderà più che bene, ma gli manca quell’anima che pervadeva ogni nota di Demons and wizards e anche di altri precedenti lavori. L'unica bella novità è che tra gli autori dei brani, da ora, c’è anche Gary Thain.


Andrà sicuramente meglio il disco successivo. In realtà, gli UH, nel frattempo, hanno dato alla stampe un doppio dal vivo, venduto a prezzo “politico”, di buona fattura, ma che non aggiunge e non toglie nulla, a mio avviso, alla linea musicale del gruppo.

Per registrare Sweet freedom, la band abbandona, almeno per ora, gli storici Landsdowne Studios, dove sinora hanno registrato tutti i loro dischi. Pare che il governo inglese – laburista – in carica in quel tempo abbia disposto una tassazione stratosferica per i redditi dei personaggi dello spettacolo; pertanto, si decide di migrare verso “lidi” più tranquilli. Nello specifico, il lido di destinazione è il Chateau d’Hérouville, non molto distante da Parigi, un castello costruito nel XVIII° secolo che fu acquistato da un privato ed adibito a sala d’incisione con residenza e catering. Insomma, “tutto incluso”. Evidentemente la formula permetteva notevoli risparmi, dato che, fin dal 1971, ospitò fior di artisti, prevalentemente anglosassoni: Pink Floyd (Obscured by clouds), Elton John, David Bowie, e tanti altri. Persino il “nostro” Claudio Baglioni si lascerà affascinare dall’idea e ci andrà a registrare E tu come stai?.

In verità, per il gruppo non sarà propriamente un momento felice; Hensley soffrirà di nostalgia, la qualità del cibo non sarà un granché e l’impianto di registrazione a 24 tracce non funzionerà secondo le aspettative.

Eppure Sweet freedom è davvero un bel disco, è più “heepsound” di The magician’s birthday e, come al solito, è estremamente variegato. L’inizio – Dreamer, scritta da Gary Thain e Mick Box - è fulminante e colpisce dritto allo stomaco e al cervello dalla prima all’ultima nota, una cascata di chitarre e percussioni, sommate alla solita voce di David Byron, che costituiscono una delle cose più rock che il gruppo abbia mai suonato. Segue Stealin’, uno dei futuri maggiori cavalli di battaglia del gruppo, che negli Usa verrà censurata per la frase “I done the rancher’s daughter and I sure did hurt his pride”, che in Italiano, credo, suoni come “mi sono fatto la figlia del ranchero e sicuramente ho ferito il suo orgoglio”. E’ un brano, come nella tradizione degli Heep, che inizia in sordina con la possente voce di Byron per poi esplodere poco dopo. One day è un brano – bello quanto breve – che fa da prologo alla title-track, un alternarsi di momenti melodici e rock, con un imperdibile finale.

Il lato B si apre con la splendida If I had the time, in cui – finalmente – Ken Hensley mette mano al sintetizzatore, in connubio con la chitarra di Mick Box, per arrivare al finale, dominato da due chitarre elettriche soliste – una delle quali, suppongo, sia suonata da Hensley – che lasciano il segno. Seven stars è un bel brano, non particolarmente impegnativo, ma accattivante. Curiosità: la strofa finale – non inclusa nel testo della canzone stampato nella copertina del disco – altro non è che l’alfabeto inglese, snocciolato lettera dopo lettera, a cui fa da controcanto lo stesso alfabeto, enunciato al contrario. Fateci caso. Circus interrompe tutta questa energia: è un momento delicato, quasi completamente acustico: persino la batteria di Lee Kerslake lavora in sordina. Un gioiellino. Conclude Pilgrim, forse non il momento più eccelso dell’album, ma che dimostra la capacità degli UH di creare favolosi impasti vocali e di raccontare storie.

Insomma, nonostante le premesse, si tratta di un’altra pietra miliare nella storia del gruppo, un disco che, alla fine, si riascolta volentieri, un’altra opera di una band che, pur non suonando un genere facilmente etichettabile, ha lasciato un marchio indelebile nel panorama rock mondiale. Anche se la critica, spesso eccessivamente parruccona, non lo ha mai amato. Basti pensare che Sweet freedom viene definito “inutile”.

Il vero guaio è che, come tutte le belle favole, anche quella degli Uriah Heep non durerà in eterno. Almeno quella relativa a questa formazione.
Ken Hensley diventerà assuntore di cocaina e Gary Thain comincerà a fare uso di eroina. In poche parole, cominciano a buttarsi via. Al grande bassista neozelandese, in particolare, la droga sarà fatale. David Byron, invece, che ha mitizzato la propria stessa figura di artista e che ha cominciato ad assumere atteggiamenti da prima donna, è ai limiti dell’alcoolismo. Come se non bastasse, anche i rapporti col produttore Gerry Bron, la cui presenza è diventata forse un po’ ingombrante per il gruppo, non sono più idilliaci.

Per questa formazione ci sarà spazio per un solo ultimo buon disco: purtroppo, dietro l’angolo ci sono tempi grami, che in breve tempo porteranno ad uno stravolgimento dell’organico e alla fine di un ciclo.

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