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Uriah Heep - Very 'eavy... Very 'umble (1970) - Recensione


17 luglio 2011 ore 23:56   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 396 persone  -  Visualizzazioni: 722

Dopo l’uscita di questo disco, la giornalista musicale Melissa Mills disse provocatoriamente che, se gli Uriah Heep fossero riusciti a sfondare, si sarebbe suicidata. Non lo ha fatto, ma avrebbe dovuto.

Stiamo parlando di uno dei gruppi più misconosciuti della storia della musica, una band dotata di tecnica sopraffina e costituita da strumentisti di primissimo ordine. Forse la critica musicale del tempo storse il muso perché il loro genere non era facilmente etichettabile, forse, almeno per quest’album, la qualità dei brani non era ancora eccelsa, ebbene, gli UH divennero oggetto di una sorta di ostracismo che il gruppo faticò non poco a superare. Anche dopo milioni di dischi venduti.


Obiettivamente, il loro album di esordio non è un capolavoro e, a mio avviso, risente negativamente del fatto che l’organico è rimasto incerto sino al momento in cui il gruppo non è entrato in sala d’incisione. Basti pensare che Ollie Olsson, che sui crediti di copertina viene dato come “titolare”, in realtà suona in due soli brani (Lucy Blues e Dreammare), mentre in tutti gli altri pezzi viene sostituito da Alex Napier. Infatti, Olsson lascia quasi subito gli Heep per diventare lo storico – ed indimenticabile – batterista di Elton John.

Inoltre, il polistrumentista Ken Hensley si è appena aggregato al gruppo, e quindi ha avuto appena il tempo di “assorbire” la linea musicale e di entrare in sala d’incisione. Infatti, non uno dei brani dell’album è firmato da lui, che pure come autore darà, in seguito, un contributo determinante ai successi degli Uriah Heep: un pezzo è firmato da Paul Newton (la bellissima Dreammare), un altro da Paul Newton e David Byron (Walking in your shadow), uno da Byron, Newton e Mick Box (Real turned on), e tutti gli altri dalla coppia Box-Byron. In realtà, c’è spazio anche per la cover (Come away Melinda) di un brano del 1963 di Harry Belafonte, ma onestamente con l’album ci “azzecca” poco. Anche Lucy Blues (il titolo la dice lunga sul genere del pezzo) sembra infilata a forza nel LP (sta per long playing: quanti di voi se lo ricordano?), tant’è vero che l’esperimento non verrà più ripetuto.

Un capitolo a parte merita Gypsy, il pezzo forte dell’album e l’emblema del gruppo, sicuramente il loro più suonato dal vivo: è caratterizzato, al centro del brano, da un lungo assolo di organo di Ken Hensley e da un finale quasi free-jazz (ricordate “21st century schizoid man” dei King Crimson?).

Nonostante qualche incertezza, però, traspare da ogni nota un’indubbia professionalità ma, soprattutto, un grande impasto vocale che, insieme alla splendida voce di David Byron, costituiranno la caratteristica principale del gruppo.

Con buona pace di Melissa Mills, il disco andrà forte: resta ancora, però, da acquisire una più precisa identità e da risolvere il problema del batterista, dal momento che anche Alex Napier lascia gli UH. Il problema verrà risolto – e alla grande – solo due anni dopo.

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