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Uriah Heep - Wonderworld (1974) - Recensione


7 ottobre 2011 ore 13:54   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 480 persone  -  Visualizzazioni: 848

Ricordo nitidissimo. Era l’estate del 1974, ed insieme a mio fratello, raggranellate tra i nostri risparmi le necessarie 4.000 lire, ci recammo – a piedi, s’intende – presso un grande negozio di dischi della mia città, che oramai è chiuso da anni, per acquistare “l’ultimo degli Uriah Heep”. Arrivati a casa, mettemmo il disco sul piatto e cominciammo l’ascolto. L’inizio sembrò fulminante e foriero di sfracelli, ma, col passare dei minuti, mi resi conto che il LP non era sicuramente all’altezza dei precedenti.

In realtà, ma questo l’ho scoperto solo molti anni dopo, i contrasti tra le due prime donne del gruppo (David Byron e Ken Hensley) erano diventati pressoché insostenibili: il primo avocava a sé il ruolo di protagonista perché, in quanto voce solista, costituiva il marchio di fabbrica del gruppo; il secondo, eccellente polistrumentista, era ormai diventato il principale – e in molti casi l’esclusivo – compositore del gruppo. E Wonderworld, a mio avviso, risente pesantemente di questo dualismo.


Intendiamoci, si tratta comunque e pur sempre di un disco validissimo; del resto, stiamo pur sempre parlando di cinque musicisti straordinari, e da loro non ci si può certo aspettare della paccottiglia. Qualcosa, però, sembra non funzionare più come prima. Quando le droghe pesanti e l’alcool entrano a viva forza in una piccola comunità come questa, e quando l’armonia se n’è andata, le conseguenze sono immaginabili. Tra le altre cose, il gruppo rimprovera a Gerry Bron, il loro produttore, di avere un occhio di riguardo per Ken Hensley. La situazione si fa decisamente kafkiana.

In Wonderworld non mancano, quindi, i momenti belli, né quelli tipicamente “heepsound”. Wonderworld, Suicidal man, The shadows and the wind, Something or nothing sono certamente i momenti migliori dell’album, ma per gli Uriah Heep del tempo quattro/cinque brani non eccelsi sono un po’ troppi. Una menzione particolare per The easy road, orchestrato da Michael Gibbs, le cui prime strofe sembrano premonitrici. Nulla da dire, invece, sul piano tecnico; il suono è eccellente, e l’esecuzione all’altezza della fama.

Ho come l’impressione che al gruppo abbia nuociuto l’allontanamento dai Landsdowne Studios; infatti, anche Wonderworld è registrato, sempre per motivi fiscali, all’estero (gli studi Musicland di Monaco, dove lavorava il mitico Giorgio Moroder). Insomma, in una simile situazione non può certo venir fuori un capolavoro. Ma non è questa la cosa peggiore. Gli Uriah Heep, con quella formazione, sono in grado di sfornare ancora tanti capolavori, ma per loro è scritto un altro destino. Due anni, del resto, trascorsi in un turbinio di dischi, concerti, interviste, esibizioni, alcool, droga e, soprattutto, di grandi successi, insomma, due anni vissuti al limite, e magari oltre, hanno segnato i componenti del gruppo, che, come ammetterà molti anni dopo Mick Box, avrebbe forse dovuto segnare un po’ il passo. Ma ormai la “frittata” era fatta.

Il 15 settembre del 1974, durante un concerto a Dallas (dove nove anni prima era stato assassinato John Fitzgerald Kennedy), Gary Thain becca una tremenda scossa elettrica dal proprio basso. I presenti dicono di averlo visto letteralmente volare e cadere pesantemente a terra. Il primo a soccorrerlo è David Byron, che lo stacca dallo strumento. Thain, che sembra morto, viene portato nel camerino e, piano piano, si rianima. Ma da quel momento, la sua vita diventa un inferno. Dopo alcune settimane di ospedale, l’artista sta ancora molto male e comincia a polemizzare contro la scarsa sicurezza sui palchi dei concerti (in effetti, con le moderne tecnologie, una cosa del genere non potrebbe succedere più). E non dimentichiamo che il suo organismo è già provato dalla dipendenza dall’eroina. Dopo qualche mese, torna a suonare col gruppo; anzi, con gli Heep va addirittura in tournée nella “sua” Nuova Zelanda. Ho visto alcuni filmati di repertorio del periodo, Thain è magrissimo e visibilmente provato: ciononostante, continua imperterrito a drogarsi e comincia a rifiutare di partecipare ad interviste e servizi fotografici, contribuendo a peggiorare, se possibile, l’atmosfera già irrespirabile del gruppo. Il resto della band non regge più questa situazione e, un po’ crudelmente, gli dà il benservito. Come se non bastasse, Thain viene abbandonato da moglie e figlia: immagino che un dolore come questo abbia contribuito a farlo cadere sempre più nella spirale dell’eroina, finché, l’8 settembre del 1975, non si inietta la dose che gli sarà fatale. Gary Thain, così, entra a buon titolo nel tremendo Club dei 27, a far compagnia a Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix e, purtroppo, tanti altri, in buona parte vittime della dipendenza dalle droghe.

Scompare, così, uno dei migliori, dei più originali, dei più tecnici bassisti della storia della musica, una grave perdita, ma, quel che è peggio, uno strumentista dimenticato da troppi. Non certo dal sottoscritto, che continua a deliziarsi le orecchie, a distanza di trentasette anni, con le sue evoluzioni.

Finisce un ciclo irripetibile: gli UH sicuramente ne sono consapevoli, ma the show must go on: bisogna ora trovare un nuovo bassista. Nulla però sarà più come prima: c’è giusto il tempo per il canto del cigno.

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Commenti

 

mi compete una doverosa rettifica: essendo J. F. Kennedy stato assassinato il 22.11.1963, ciò è avvenuto undici - e non nove - anni prima dell'incidente a Gary Thain.

Inserito 8 ottobre 2011 ore 00:24
 

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