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Bilinguismo E Plurilinguismo: Breve Guida Per I Genitori


8 aprile 2011 ore 22:53   di arabafenice  
Categoria Guide Manuali e How To  -  Letto da 531 persone  -  Visualizzazioni: 1073

Crescere parlando due o più lingue è da sempre considerato una grande fortuna e un vantaggio non da poco. Studi recenti della Northwest University lo hanno dimostrato scientificamente: le persone bilingui non solo sarebbero notevolmente avvantaggiate nell'apprendimento di altre lingue, ma disporrebbero anche di migliori capacità nella selezione di informazioni rilevanti e addirittura presenterebbero mediamente un ritardo di quattro anni nello sviluppo dell'Alzheimer rispetto ai monolingui.

Un altro studio della stessa università ha messo in evidenza che l'apprendimento di una lingua straniera, anche se non ad un livello eccellente, esercita delle variazioni nella percezione del mondo. Nel caso specifico, lo studio riguardava il modo di descrivere i colori da parte dei parlanti plurilingui. Gli esperimenti hanno dimostrato che i parlanti plurilingui distinguono maggiormente le sfumature di colori rispetto ai parlanti monolingui. Ciò è dovuto al fatto che culture specifiche “vedono” i colori in modo diverso: per fare un esempio, gli esquimesi dispongono di sette parole per indicare il bianco, i pellerossa invece distinguono il rosso in circa 100 sfumature, ognuna con un suo nome. Secondo gli studiosi, l'apprendimento di una lingua comporta anche l'“assorbimento” di tratti culturali specifici dei parlanti.


Se i vantaggi dimostrati sono innegabili, soprattutto in considerazione degli attuali frequenti contatti tra popoli, dei problemi si pongono, in modo pratico, per le famiglie che si trovano, per scelta o per necessità, a crescere i propri figli in situazioni di bilinguismo o di plurilinguismo.

Alcuni genitori, nell'intento di evitare ai propri figli una certa “confusione linguistica”, preferiscono insegnare loro una lingua alla volta finché non la padroneggiano bene, per poi passare alla lingua o alle lingue successive. Questa tesi si basa sull'assunto che l'apprendimento debba avvenire in modo sequenziale e progressivo. Ciò però è in contrasto con il funzionamento del nostro cervello: è infatti più semplice memorizzare o imparare se si includono nell'apprendimento sensi e stimoli diversi. Per quanto riguarda specificamente l'educazione plurilingue, ho potuto effettivamente rilevare che l'apprendimento di più lingue contemporaneamente facilita la comprensione delle strutture logiche anche della propria lingua madre. Sembra strano, ma dalla terza lingua è molto più semplice impararne una quarta, una quinta o una sesta!

Quei genitori che invece desiderano far crescere i loro figli in un ambiente bilingue o plurilingue, lamentano che i bambini inizino più tardi a parlare (tra i 2 e i 3 anni) e che scelgano di parlare solo la lingua che sentono nell'ambiente esterno. Io stessa sono madre di un bambino trilingue e sono in contatto con molti genitori che crescono i loro figli in situazioni di bilinguismo o di plurilinguismo. Mio figlio, a quattro anni, padroneggia tre lingue e ne sta imparando una quarta: anche se secondo i pediatri si tratta di un caso poco comune, non ritengo che mio figlio sia un genio. Consciamente e inconsciamente ho adottato con lui alcuni accorgimenti che credo lo abbiano aiutato ad imparare le lingue più facilmente. Sperando di essere d'aiuto, vorrei condividere alcune osservazioni basate sulle mie esperienze personali.

Se i genitori parlano lingue diverse, è necessario innanzitutto che siano disposti ad insegnare ai loro figli la propria madrelingua. Una volta presa questa decisione, auspicabilmente prima della nascita, devono iniziare subito a rivolgersi ai propri figli solo nella propria lingua. Già nel ventre materno, i feti sentono i rumori del mondo esterno, ma soprattutto la voce della propria madre. Una volta nati, dimostrano di riconoscere non solo la sua voce, ma anche le canzoni che lei cantava durante la gravidanza. In ogni caso, è fondamentale che i genitori si rivolgano al bambino nella lingua o nelle lingue che padroneggiano meglio, per evitare che apprenda inconsciamente anche eventuali errori grammaticali o sintattici, inevitabili quando si parla una lingua diversa dalla propria madrelingua. Naturalmente molto dipende dal contesto: in ambienti come gruppi di gioco, scuole o parchi giochi è chiaro che il genitore può trovarsi a parlare una lingua acquisita, anche con il proprio figlio. È però molto efficace utilizzare con il bambino la propria lingua madre se ci si rivolge soltanto a lui. Vorrei sottolineare che il bambino non riceve alcuno scompenso psico-fisico se il genitore, a contatto con altre persone, parla la lingua dell'ambiente in cui si trova: distinguerà invece facilmente i contesti in cui potrà usare una lingua o un'altra. L'importante è mantenere comunque una certa congruenza, come ad esempio usare a casa sempre la propria madrelingua.

Quando il bambino è molto piccolo e ancora non parla, è possibile comunicare con lui insegnandogli un linguaggio dei segni semplificato. Questa tecnica è conosciuta soprattutto nelle aree anglosassoni per iniziare molto presto ad interagire, anche da un punto di vista comunicativo, con il bambino. Un neonato è in grado, già a pochi mesi, di imitare alcuni gesti, dapprima in modo approssimativo, poi in modo sempre più preciso. Mio marito ed io abbiamo adottato alcuni segni per indicare degli oggetti di uso quotidiano e, parlando con nostro figlio, abbiamo abbinato le parole nelle rispettive lingue madri. Credo che sia di grande aiuto per il bambino sentire il nome di un oggetto in lingue diverse, avendo però un unico segno come punto di riferimento. In seguito, con il miglioramento delle capacità linguistiche, il bambino abbandonerà progressivamente l'uso dei segni per comunicare (per chi è interessato all'argomento, consiglio il seguente testo in inglese: “Sign, Sing, and Play”).

Per quanto riguarda il ritardo nell'iniziare a parlare, l'esperienza di altri genitori mi aveva portato a credere che questa fosse una legge assoluta. Mi aspettavo pertanto che anche mio figlio avrebbe iniziato a parlare verso i 2 o 3 anni. Anche se ciò accade nella maggior parte dei casi, non è detto che sia così: mio figlio ha iniziato a pronunciare le prime parole monosillabiche a 9 mesi, le prime parole di senso compiuto verso i 12 mesi e le prime frasi semplici a 18 mesi. Quindi entro la media di qualsiasi altro bambino monolingue. Le lingue che usava erano principalmente l'italiano e il tedesco, ma capiva già perfettamente anche l'arabo. Mio figlio però non era un caso isolato: anche una sua coetanea bilingue, a 10 mesi era in grado di pronunciare parole complesse, come “Brille” (occhiali, in tedesco). Quello che posso dire è che entrambi i casi sono possibili e che rientrano comunque nella normalità.

Specialmente se il bambino ha iniziato a parlare da poco, farà fatica a passare automaticamente da una lingua all'altra. Sarà però in grado molto presto di distinguere le diverse lingue parlate, anche se non saprà ancora che si tratta di italiano, tedesco o arabo. Nella primissima infanzia, i bambini distinguono le lingue identificandole con le persone che le parlano, ad esempio: “Mami dice elefante, papi dice fiil e Heidi dice Elefant” oppure “Mamma, quel signore parla come papi!”. Riuscirà spesso anche a tradurre dalla “lingua di mami” alla “lingua di papi” e viceversa. In seguito sarà anche in grado di dire di che lingua si tratta. Alcuni genitori ed educatori utilizzano le bambole per una tecnica simile: se ad esempio il bambino, oltre a Pippo e Bibo, ha anche una bambola che si chiama Lulù, si può dire che Lulù capisce solo il tedesco e stabilire che con lei si debba parlare solo in tedesco. Indubbiamente il metodo è molto utile, personalmente però non l'ho mai provato.

Normalmente la lingua parlata negli ambienti che il bambino frequenta esternamente alla famiglia riveste una rilevanza sostanziale, se non altro in termini di tempi di esposizione alla lingua stessa. Un bambino che parla per 5-7 ore al giorno una certa lingua, tenderà ad utilizzarla anche in ambiente familiare. Ritengo che sia controproducente ed addirittura dannoso per la sua autostima, non rispondergli se si rivolge al genitore nella lingua dell'ambiente invece che nella sua madrelingua oppure dirgli: “Parla in italiano, non in tedesco!”. I motivi che stanno alla base di questo “sbaglio” da parte del bambino dipendono, secondo le mie osservazioni, da due motivi: 1) il bambino sa esprimere il concetto nella lingua ambientale, ma non nella lingua del genitore, perché forse non l'ha mai sentito; 2) il bambino sa esprimere il concetto anche nella lingua del genitore, ma non lo ricorda. Sono entrambe situazioni molto comuni e piuttosto semplici da gestire. Ho notato che si verificano notevoli miglioramenti nel vocabolario del bambino se si ripete il concetto espresso, traducendolo nella propria madrelingua e poi rispondendo all'eventuale domanda o aggiungendo le proprie osservazioni, ad esempio: “Ah, così oggi alla scuola materna avete dipinto con gli acquerelli?! E che cosa avete dipinto di bello?”. Se il bambino a casa non ha mai usato gli acquerelli, non saprà come esprimersi nella lingua del genitore, ma lo saprà fare benissimo nella lingua parlata alla scuola materna.

Un ultimo appello che vorrei fare ai genitori è, per quanto possibile, di mantenere i contatti con il paese di origine e con la propria famiglia. I contatti sociali sono un forte incentivo per il bambino: se gli altri non capiscono quello che dice, si troverà costretto a usare la madrelingua del proprio genitore, anche se solitamente si rifiuta di farlo. In queste occasioni sono molti i genitori che mi riportano di aver visto il proprio figlio compiere dei veri e propri “effetti speciali”, esprimendosi con un vocabolario e una proprietà di linguaggio fino ad allora totalmente sconosciuti.

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Commenti

 
  • Viperetta
    #1 Viperetta

Che bello... mi viene quasi voglia di cambiare marito altrimenti la mia può provare solo con italiano e dialetto veneto....

Inserito 9 aprile 2011 ore 14:56
 

È un'idea. Ma magari aspetta uno dei prossimi articoli: penso che scriverò qualcosa per insegnare le lingue straniere anche ai bambini che non hanno genitori di madrelingua. C'è ancora speranza... :-)

Inserito 9 aprile 2011 ore 22:31
 

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