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Kevorkian E La ' Dolce Morte '


9 giugno 2011 ore 17:01   di grg  
Categoria Moda Salute e Bellezza  -  Letto da 346 persone  -  Visualizzazioni: 670

Jacob Kevorkian si è spento lo scorso tre giugno, aveva appena compiuto ottantatré anni. Tra i più autorevoli e, nel contempo, più discussi sostenitori dell’eutanasia, il dottor Kevorkian ha terminato i suoi giorni morendo per cause naturali. Era conosciuto come “Dottor Morte”, per aver praticato, durante la sua lunga carriera, almeno 130 eutanasie accertate. Ha vissuto anche l’esperienza del carcere, pagando in prima persona per le sue convinzioni e per averle poste in essere, condannato per omicidio di secondo grado. Già, le sue convinzioni. Prima fra tutte quella che la morte potesse essere anche un diritto, non solo l’inevitabile conclusione di un processo biologico.

Il tema dell’eutanasia si è prepotentemente imposto all’attenzione di tutti nel nostro Paese soprattutto dopo vicende molto dolorose come quelle che hanno avuto come protagonista Piergiorgio Welby e l’inconsapevole Eluana Englaro. Quest’ultimo caso, in particolare, ha aperto la questione etico-morale che ruota attorno all’eutanasia passiva: la “dolce” morte che sopraggiunge allorquando il paziente, o chi legalmente per esso decide, rifiuta la somministrazione di terapie salva vita, comprendendo tra queste anche l’alimentazione e l’idratazione per vie artificiali (nasogastrica, endovenosa, enterale). Piergiorgio Welby invece scelse consapevolmente la via dell’eutanasia attiva, ovvero la morte indotta dalla somministrazione di determinati farmaci.


In Italia ambedue le tipologie di eutanasia sono illegali, così come accade in molti Stati e così come è stato negli U.S.A. negli anni in cui il dottor Kevorkian prestava la sua opera. Il suicidio assistito è ora consentito in Oregon e nello Stato di Washington, mentre in Europa è legale dal 2001 nei Paesi Bassi e dal 2002 in Belgio, mentre in Svizzera è consentito con maggiori limitazioni.

Ma l’eutanasia, sia essa attiva che passiva, è o non è un diritto? Se è vero che ciascun essere umano nasce libero, e che dovrebbe vivere liberamente la propria esistenza, perché non dovrebbe possedere il diritto di scegliere di porre fine alla propria esistenza qualora essa sia diventata insopportabile? Soprattutto, può uno Stato imporre per legge la morte naturale anche a chi, consapevolmente e in piena libertà, decida di non giungere all’exitus di una malattia terminale ? Il testamento biologico potrebbe, se redatto da un soggetto nel pieno delle proprie facoltà mentali ed in buone condizioni di salute, ovviare a molti quesiti che ruotano attorno a questa delicatissima scelta, cui ciascuno di noi potrebbe doversi confrontare

.
In uno Stato di diritto, l’eutanasia dovrebbe essere, appunto, un diritto. In Italia la cultura e la disinformazione concorrono a creare un clima assai poco sereno di fronte ad un tema che meriterebbe grande attenzione. La cultura cattolica impone di ritenere il fine vita un elemento non gestibile in nessun caso dall’essere umano, mentre la disinformazione, che spesso viene offerta dai media circa i principali casi di cronaca, fa il resto. Chi si dichiara favorevole all’eutanasia tende a sottolineare il diritto di scegliere come porre fine alla propria vita, chi si dichiara contrario puntualizza sul come la morte, basandosi su una presunta sacralità della vita, sia un evento da non ricercare pertanto in nessuna circostanza. Per quanto banale possa sembrare, la morte è un evento naturale, del tutto inevitabile, eppure ci sono moltissime Persone che trascorrono la loro esistenza cercando in tutti i modi di allontanare questa consapevolezza. E’ inevitabile che si generino, così, fortissime resistenze di fronte a questa tematica. Tanto più si diventa “padroni” della propria vita, soggetti capaci di riflettere e decidere in autonomia, tanto più si diventa tolleranti verso le scelte altrui. Il nostro background culturale condiziona pesantemente le nostre Leggi, costringendo di fatto ad una rinuncia nella libertà di esercitare un proprio diritto che dovrebbe essere non messo in discussione.

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