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Paura Di Innamorarti? Ecco Perchè


26 settembre 2010 ore 23:35   di giuliano60  
Categoria Moda Salute e Bellezza  -  Letto da 1488 persone  -  Visualizzazioni: 2371

Se potessimo visionare su un monitor gli sconvolgimenti biochimici a seguito di un’emozione, come quella rappresentata dall’innamoramento,resteremmo sorpresi, di fronte all’accelerazione del battito cardiaco, alla contrazione repentina dei vasi, al turbinio scatenatosi a livello cerebrale a seguito delle vere e proprie tempeste di tipo ormonale cui va incontro il soggetto innamorato e, di contro, al meccanismo inverso che si viene a determinare dietro un rifiuto, dietro l’abbandono, dopo la fine di un amore, con un meccanismo che mima da vicino i segni palesi delle malattie di tipo depressivo.

Dovrà farci riflettere non poco la modalità che l’uomo e la donna mettono in atto durante le fasi dell’innamoramento, perché su queste basi del tutto fisiologiche possono innescarsi, al pari di ogni altra manifestazione psico-fisica, qualsivoglia malattia psicosomatica.


Ne deriva che chi ha sempre pensato che la sede dei sentimenti e, dunque, di quello più violento come può essere l’amore, risiedeva nel cuore, si sbagliava, l’epicentro da dove si irradiano le emozioni e gli effetti anche violenti che hanno queste ultime, è il cervello, l’antica collocazione cardiaca è errata, al di là degli effetti suggestivi che essa esercita nell’immaginario collettivo, semmai il cuore risente di quelle pulsioni e di quelle tensioni cui risponde sovente in maniera così energica e convulsa da trasmettere nell’individuo il segno di quella apparente difficoltà a continuare a battere regolarmente come faceva un tempo, situazione questa perfettamente inverosimile nel considerare il centro dell’innamoramento all’interno dell’area cardiaca.

Paura Di Innamorarti? Ecco Perchè

La paura d’amare si definisce philofobia

Una lunga premessa, ma necessaria, per meglio comprendere il ruolo dominante che un sentimento antico come il mondo, quale di fatto è l’amore in tutte le sue forme e che trae il culmine nell’innamoramento fra due individui, esercita sull’essere e che dunque, per estensione ed importanza, non può non risentire di quelle manifestazioni anche patologiche che si vanno ad innescare. Ecco perché parliamo di Philofobia, un termine che anche nel significato filologico del termine trova la risposta nella paura d’amare.

Sebbene, come visto, innamorarsi, prima o poi, è un percorso della vita di ogni persona, dunque perfettamente in linea con quelle che possono essere le esigenze primarie dell’individuo sano, anche amare diviene un impegno del singolo che spesso finisce con l’essere mediato da fattori esterni, contrastato dal vissuto della persona e, dunque, come accade in diverse altre occasioni, funestato dalla malattia, spesso non organica quanto semmai contrassegnata da una connotazione di tipo psicologico. Partendo da questo presupposto, si capisce bene che la paura d’amare, pur se non frequentissima, è una forma patologica che nel corso della vita un individuo può  incontrare e che nasce dall’insieme di fattori, che prendono il sopravvento nella mente e modificano il normale percorso di quel sentimento nato, teoricamente per farci star meglio e invece divenuto una vera minaccia per chi soffre di philofobia.

L’amore ci immiserisce

Come è ovvio che sia, non possiamo rimanere avulsi, quando parliamo di amore, dalla letteratura classica che dell’amore in tutte le sue fasi ha fatto la vera ragion d’esistere. Basti ripercorrere le parole dello scrittore Cesare Pavese per meglio comprendere il ruolo esercitato dalla passione nell’individuo e gli effetti trasmessi da questo sentimento. “Un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.” Sembra paradossale, ma se ci pensiamo, di fronte a questo sentimento, il rischio è tutto nelle parole dello scrittore italiano. Amare è infatti un denudamento delle nostre debolezze che abbiamo con forza imparato a nascondere bene, ma amare è gettare via quella maschera che mostrava quel nostro aspetto diverso nei confronti dell’altro, che ci infondeva forza, potere a volte esercitato nel lavoro, nell’impegno assunto a diverso titolo nella Società e una volta gettato a terra tale mascheramento potrebbe denunciare in modo impietoso la nostra debolezza, quella nudità che ci siamo sforzati con tutte le nostre forze di nascondere.

Nella normalità delle cose questo apparire inerme nei confronti dell’altro è un prezzo che l’individuo paga volentieri nel momento in cui prende atto del sentimento nascente che sta avendo il sopravvento nella sua vita. Ma così non è nel soggetto affetto da Philofobia, che vive tale traghettamento delle emozioni nei confronti dell’altro con una sorta di ansia patologica che assume tutti i contorni della malattia anche organica, costellata da sintomi spesso importanti rappresentati da vere e proprie crisi d’ansia, insonnia, dispnea, cattiva digestione, nausea, diarrea, sudorazione profusa, fino a mostrare i segni di una forma latente di depressione con atteggiamenti del singolo fluttuanti che vanno da momenti in cui si assiste all’innalzamento dell’umore verso soglie di vero e proprio delirio, fino a ricadere in una forma di umor nero con tutti i sintomi espressi dalla malattia di tipo depressivo.

Insomma, il soggetto affetto da philofobia non ammetterà, se non forse soltanto a se stesso, che ha bisogno di quella persona per la quale comincia a nutrire sentimenti importanti, ciò che diverrà ridondante in lui è invece la consapevolezza di poter continuare a vivere la propria vita al riparo da un ulteriore sentimento forte, come quello che di fatto sta vivendo, senza coinvolgimento emotivo tale da mostrare quel senso di smascheramento della propria forza capace di denudarlo rispetto all’altro. Inutile dire che di fronte alle manifestazioni di quella che finisce per divenire una vera e propria psicopatologia dell’individuo, con i tratti ossessivi della paura di soffrire, con l’altalenarsi di situazioni del tutto contrapposte, costituiscono per la persona motivo di malessere psicofisico denunciato anche da quelle manifestazioni organiche prima descritte e non solo.

L’amore conflittuale nei confronti dei genitori o della persona amata che ci ha abbandonato

Appare del tutto chiaro ad un osservatore esterno che dietro ad un soggetto philofobico si nasconde la sofferenza che lo stesso patisce e cerca di contrastare, espressione di un vissuto doloroso della persona stessa e solo scandagliando il passato del paziente è possibile individuare nel rapporto conflittuale che lo stesso ha vissuto nell’infanzia coi genitori rispetto ai quali si è sentito a torto o ragione poco amato, talora persino rifiutato alimentando in lui quella paura oggi di amare per la consapevolezza inconscia di non essere più in grado di dare amore e di riceverne, paura questa che si accende violentemente ogni qualvolta si creano i presupposti di un amore nascente preludio di una vita di coppia.

Ma manifestazioni ascrivibili alla Philofobia sono più presenti in soggetti che abbiano vissuto molto più da vicino una delusione d’amore, così potrebbe spiegarsi il comportamento reattivo-situazionale di questi soggetti di fronte ad una nuova relazione che nasce spontaneamente come avverrebbe nell’assoluta normalità, caratterizzata da quell’unione di vedute, da quell’empatia che costella il vissuto di due persone che si piacciono e che si nutre di quelle aspettative reciproche che preludono l’inizio di una vita insieme. Ma è a questo punto che qualcosa pare non funzionare più, il soggetto philofobico attua improvvisamente incomprensibili meccanismi di difesa capaci di spiazzare l’altra persona, incredula per quanto sta avvenendo davanti ai suoi occhi, di fronte alle fughe immotivate del philofobico, di fronte alle palesi scortesie di questo che nel frattempo ha assunto nei confronti dell’altra persona atteggiamenti aggressivi, a volte arroganti, privi di ogni forma di giustificazione in grado di spiegare tali assurde manifestazioni, fino all’interruzione violenta e, apparentemente senza motivo, della relazione, sia pure ancora nelle fasi iniziali.

Insomma, è chiaro che nel paziente che sia affetto da questa particolare forma di fobia, l’aggressività che si conclude con la fuga è l’unica arma che il soggetto dispone per compensare a quella debolezza iniziata con lo gettare la maschera nel momento in cui il sentimento stava per prendere il sopravvento in lui e solo nell’attuare quel meccanismo di difesa, concretizzato dalla possibilità che lo stesso si offre nel disertare gli appuntamenti, nel cambiare numero di telefono per non farsi trovare, nel reagire violentemente ai tentativi dell’altro di volerlo avvicinare, pare possa trovarsi un minimo di pace interiore.

Tanto brillanti quanto disperati

Vero è che come tutte le patologie spesso i sintomi non si presentano in maniera completa, ma vi sono delle caratteristiche di base comuni che ben delineano la malattia sofferta. Resta da capire come il malato cerchi di compensare quell’ansia subentrata per cercare spesso di non dar voce a quei sensi di colpa, anche nei propri confronti, che primo poi finiscono con il prendere il sopravento. L’unico modo è riversare le proprie frustrazioni laddove il soggetto abbia sempre dato il meglio di se stesso, a cominciare dal lavoro, atteso che sovente individui affetti dalla patologia sono le stesse persone brillanti nel lavoro, instancabili, capaci di assumersi grandi responsabilità e ottenere il massimo dalla propria attività lavorativa, individui che hanno anche una vita relazionale brillante in grado spesso di farsi carico dei problemi altrui manifestando una loro predisposizione a risolverli, fermo poi assistere, lontano dai riflettori dei propri impegni sociali, alla caduta di tutte quelle certezze, da soli, avvinti dai dubbi, dalle tensioni, dalle paure delle mancate scelte attuate nei confronti di chi in quel momento pareva detenere tutte le caratteristiche ricercate per l’inizio di una nuova relazione alla quale in fondo si continua a credere.

E’ del tutto normale che manifestazioni patologiche del genere alberghino nelle persone che non hanno ancora superato gli effetti peggiori di una passata relazione capace di riaccendersi nei ricordi come uno strappo del proprio vissuto rimasto in sospeso fra il ricordo del passato anche lontano e lo sguardo puntato al futuro ma schiacciati dalla paura di ricominciare di rischiare di ripercorrere lo stesso doloroso vissuto che si cerca strenuamente di sotterrare.

Dunque, Philofobia come la paura di amare, per paura di soffrire di nuovo, per timore di perdere quella libertà magari tanto agognata, per l’apprensione di dover rinunciare a quell’ordine costituito delle proprie cose che con tanti sforzi si è riusciti a mettere di nuovo insieme. Una vera e propria malattia cui gli studiosi negli ultimi tempi hanno posto l’accento, lo dimostra l’impegno che lo psicanalista americano Jacobson ha ben spiegato nel disagio vissuto da una persona affetta da Philofobia che rasentava livelli della malattia di tipo psicotico come il timore in lei di perdere i confini di se stessa, insomma, lasciarsi andare, il grosso limite di una persona che vive tale disagio, vissuto con forme fobiche che si manifestano con il perdersi, affogati dal sentimento dell’altro e incapaci di gestire il proprio comportamento.

Ci si può affrancare dalla philofobia?

Certo che si, la guarigione può avvenire quando la stessa forza per chiudersi nel proprio mondo la si ripone per aprirsi alle nuove esperienze ed in questo, grande merito andrà ascritto alla persona che si avvicina al soggetto philofobico. La stessa guarigione ha inizio quando il malato affetto dal disturbo smette di confrontare il nuovo con il vecchio, con sempre nuovi paragoni e affrancato dalla possibilità di ripercorrere lo stesso doloroso percorso un tempo conclusosi, partendo anche dalla consapevolezza che nessuna nuova storia è uguale alla precedente perché nessuna persona è uguale alla prima. Così come è sempre un errore tacere all’altra persona l’origine di quegli inspiegabili motivi che inducono a certi folli comportamenti, con la speranza che il silenzio metta al riparo dalla sofferenza, capace com’è, illusoriamente, di non portare a galla antiche sofferenze.

Importante per il soggetto philofobico considerare, anche l’eventuale apporto dello psicoterapeuta al fine di ricercare con lui l’esatta origine del problema, intravedendone la soluzione, ciò, in particolar modo, laddove le resistenze messe in atto abbiano assunto il carattere della cronicità della malattia dalla quale non si riesca più ad affrancarsi. 

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