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Alcune Pillole Del Calciomercato, La Fiera Dei Sogni Che Non Tramonta Mai


8 luglio 2011 ore 10:53   di Montalbano  
Categoria Sport e Tempo Libero  -  Letto da 281 persone  -  Visualizzazioni: 578

Il calciomercato imperversa ormai da giorni, innescando il solito circuito fatto di sogni che ne è il naturale corollario. E’ del tutto logico che chi ha visto la propria squadra arrancare penosamente per tutto l’anno, sogni di vederla rinforzata in maniera esponenziale. Spesso, però, chi vince il calciomercato, non fa la stessa cosa sul campo. E viceversa, squadre che magari hanno fatto poco in sede di campagna acquisti, si ritrovano a volare grazie a pochi ed azzeccati ritocchi. E’ una storia vecchia di decenni, e sulla quale un Accademico d’Italia, Massimo Bontempelli, scrisse addirittura un breve trattato. Del resto, lui sapeva benissimo di cosa si stesse parlando, visto che era un frequentatore abituale di Testaccio, il campo sul quale la neonata Roma, costruì una leggenda.

Molto spesso si sente dire che “chi spende tanto, spende meglio”. E’ vero? Andiamo a vedere alcuni casi, partendo dalla Lazio. Che in più di una occasione, è stata una vera reginetta del calcio mercato estivo. Ad esempio, nel 1934, il nuovo presidente biancoceleste, Gualdi, si presentò alla sua tifoseria con una serie di acquisti clamorosi, che andavano in netta controtendenza con quanto fatto negli anni precedenti, quando la Lazio, per obbedire alla propria vocazione “olimpica” (la scelta dei colori sociali era un omaggio alla Grecia, patria dello spirito olimpico), aveva lasciato partire un fuoriclasse come Fulvio Bernardini. Gualdi, che aveva grandi ambizioni, volle rivoltare come un guanto questa impostazione e nel corso della sua prima campagna, procedette a due acquisizioni realmente clamorose, quelle di Piola e Ferraris IV. Il primo, era l’uomo nuovo del calcio italiano, il centravanti concupito da tutti, e per averlo la Lazio era stata costretta a muovere le amicizie di cui godeva in seno al regime fascista. A partire dal tesoriere del PNF, Marinelli, il quale fece sapere alla dirigenza del Torino, che aveva già un precontratto con il giocatore, che era salutare mollare la presa. Come in effetti avvenne. Ferraris IV, era invece l’uomo simbolo della Roma testaccina, colui che aveva impersonato al meglio lo spirito battagliero della società sorta nel 1927. La dirigenza giallorosa, era stata convinta dalla carrettata di biglietti da mille prospettata da Gualdi, anche in considerazione del declino ormai prossimo del giocatore borghigiano e l’affare era stato concluso in men che non si dica. Con questi e altri acquisti, tutti si aspettavano una Lazio in grado di vincere lo scudetto, o perlomeno di contenderlo sino alla fine alle altre pretendenti. Invece, arrivò un deludente quinto posto, che non giustificava nemmeno in parte gli investimenti fatti in sede di mercato. Ma molto peggio, andò alla più vecchia società romana, nel corso degli anni ’50, quando il duo formato da Tessarolo e Vaselli, dette luogo ad una serie di campagne acquisti caratterizzate da grandeur e che videro arrivare sulla sponda biancoceleste del Tevere giocatori come Vivolo, Muccinelli, Burini, John Hansen, Praest, Parola, Fontanesi, Selmosson, Tozzi, Lovati e molti altri. Vere e proprie vagonate di soldi furono sborsate dai dirigenti biancocelesti, per cercare di portare a casa uno scudetto sino ad allora inafferrabile, tanto che i giornali dell’epoca ebbero buon gioco nell’affibbiare alla società biancoceleste il soprannome di “Cassa del Mezzogiorno”, il che la dice lunga sull’avvedutezza con cui gli stessi soldi furono usati. Lo scudetto non arrivò mai, anzi, la Lazio negli anni a seguire sarebbe entrata in una devastante crisi finanziaria che la avrebbe infine condotta alla serie B.


Anche sull’altra sponda tiberina, del resto, si verificò una situazione analoga. Quando divenne presidente Marini Dettina, al posto del mitico Anacleto Gianni, quello che fu ribattezzato Anacleto Quinto, in quanto sotto la sua guida la Roma arrivava sempre in quinta posizione, le ambizioni della società giallorossa aumentarono in maniera esponenziale. Prima l’acquisto di Angelillo e poi quello di Sormani, proiettarono la Roma tra le candidate allo scudetto. Non solo il titolo non arrivò mai, ma la Roma entrò in una fase di ristrettezze economiche che la costrinsero a dar via il suo più fulgido gioiello, Picchio De Sisti. La cessione del giovane centrocampista, romano e formatosi nel vivaio, era in pratica l’inizio della Rometta, la simpatica squadretta che si trascinava in giro per i campi dello stivale, lasciando sempre ottima impressione e i due punti.

E che dire del Napoli edizione 1952-53, quello che procedette all’acquisizione di Hasse Jeppson, sborsando, prima in Italia, una cifra superiore ai cento milioni per assicurarsi l’attaccante svedese che aveva fatto scintille nel corso dell’anno precedente, a Bergamo? Il suo acquisto, naturalmente, avrebbe dovuto portare la società partenopea, classificatasi sesta, a lottare per lo scudetto, unico obiettivo in grado di giustificare un investimento che non aveva precedenti neanche nel mondo dorato del football italico. Arrivò invece un deludente quarto posto, a distanza siderale da quell’Inter che, nel corso della campagna acquisti, era stata sbertucciata dai suoi stessi tifosi, delusi dall’arrivo di sue soli giocatori, e neanche di primissimo piano, Nesti e Mazza. Quella stessa Inter che, negli anni precedenti, era invece stata protagonista di tutta una serie di acquisizioni importanti e dispendiose, che però avevano prodotto poco o niente. Perché in fondo, il bello del calcio è proprio questo, nessuno può dire come va a finire quando la palla rotola.

Basti riandare con la mente a quanto successe alla Roma edizione 1941-42. All’inizio della stagione, nessuno pronosticava la società capitolina tra le possibili scudettate. In declino nel corso degli ultimi anni, la Roma aveva dato luogo ad una campagna acquisti che nessuno, all’interno o all’esterno, aveva capito e che aveva portato due soli giocatori nella Capitale: il centromediano Mornese e l’interno d’attacco Cappellini. Che però, erano stati espressamente chiesti dal tecnico, l’ungherese Schaffer. Il quale, aveva detto che proprio con quei due giocatori la Roma, arrivata undicesima su sedici nella stagione appena conclusa, avrebbe vinto lo scudetto. Di fronte a questa previsione, si erano messi tutti a ridere. Solo che, probabilmente, non conoscevano un aneddoto che girava nel mondo del calcio di tutto il continente. Lo stesso Schaffer, ingaggiato dall'Hungaria di Budapest qualche anno prima, impelagata nei bassifondi della classifica, si era visto chiedere dal presidente di quali giocatori avesse bisogno la formazione per migliorare il suo non proprio esaltante rendimento. Dopo aver visto la sua squadra all'opera nel corso di due partite, il tecnico si era prodotto in una profezìa molto audace: "Nessun acquisto, con gli uomini che abbiamo, possiamo vincere il campionato!" Probabilmente il presidente dell'Hungaria si convinse di aver a che fare con un visionario, se non proprio con un pazzo, ma alla fine dell'anno dovette ricredersi, in quanto la squadra, sull'onda di 27 partite utili consecutive, aveva veramente vinto il campionato. E fu proprio quello che successe a Roma, ove la squadra di Amadei e Masetti, nello stupore generale, riuscì a conquistare il primo scudetto della sua storia. A conferma che un pallone che rotola, non si sa mai dove va a terminare la sua corsa...

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