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Felice Gimondi, Un Gentleman Al Comando


8 luglio 2011 ore 18:14   di Montalbano  
Categoria Sport e Tempo Libero  -  Letto da 354 persone  -  Visualizzazioni: 706

Debbo confessare, che il ciclismo di oggi, non mi entusiasma più. Perché ogni volta che vedo un ciclista scattare su rampe terribili come quelle rappresentate dal Tour de France, manco fossero i cavalcavia delle nostre strade cittadine, mi viene da farmi la fatidica domanda: “Ma questo si doperà o no?” A quel punto mi prende una terribile malinconia e non posso che rifugiarmi nel ciclismo di una volta, quello ad esempio di Felice Gimondi, un vero e proprio gentleman della bicicletta, che pur vincendo moltissimo, ha avuto la sventura di trovare di fronte a sé un cannibale come Eddy Merckx, ed ha dovuto perciò accontentarsi di mettere nel carniere “appena” tre Giri d’Italia e un Tour de France, palmares per il quale oggi si griderebbe al miracolo.

La sua carriera cominciò nel 1965, con la maglia della mitica Salvarani, con la quale avrebbe corso sino al 1973. Una carriera iniziata col botto: proprio in quel 1965, infatti, Gimondi vinse il Tour de France, impresa che nessun italiano riuscirà più a compiere sino a Marco Pantani. La cosa abbastanza straordinaria del ciclismo d’epoca, stava nel fatto che i corridori più forti, partecipavano a tutte le corse più importanti, senza fare strategie su quale dovesse essere privilegiata. E i più forti, come Gimondi e Merckx, appunto, rivaleggiavano sia nelle gare in linea, che in quelle a tappe. Gimondi, in particolare, fu un magnifico passista. E lo dimostrò sin dall’anno successivo, andando a vincere la Parigi-Roubaix e la Parigi-Bruxelles. Sembrava orami sul punto di diventare il dominatore del ciclismo mondiale, quando arrivò il suo grande antagonista, Merckx, appunto, a guastare la festa. Nel 1966, comunque, a rendere ancora più rilevante la sua stagione, arrivò anche il Giro di Lombardia, a conferma di una classe ormai ampiamente riconosciuta e che faceva prevedere ulteriori grandi sviluppi. Il 1967 vide Gimondi vincere per la prima volta il Giro d’Italia, il Giro del Lazio e il Gran Premio di Lugano. Ormai, però, la ribalta era stata quasi interamente occupata da Eddy Merckx e per il bergamasco, si stava per aprire la stagione che lo avrebbe portato ad essere definito l’eterno secondo.


Un secondo, di lusso, però, capace di vincere anche nel 1968 corse di grande livello come la Vuelta (ottenendo così la Tripla Corona, che indica quei corridori capaci di trionfare in tutte e tre le corse a tappe più importanti) e il Gran Premio delle Nazioni. Il 1969, vide un Gimondi capace di dare il bis al Giro d’Italia, e di vincere quello di Romandia, a conferma della grande forza nelle corse a tappe. Ove alle doti di magnifico cronoman, poteva accoppiare quelle di ottimo arrampicatore, uno di quelli che non vanno sù in agilità, come il Pirata, Marco Pantani, ma con il loro passo costante e potente. Una sorta di Indurain, insomma, forse il corridore che, per complessione fisica, più di tutti si è avvicinato a lui. Il 1970, fu un anno in sordina. Al Giro d’Italia, ottenne il secondo posto, naturalmente alle spalle di Merckx, mentre al Tour non prese il via. Tra le imprese d’annata, bisogna però ricordare il terzo posto al Mondiale in linea, a Leicester, ennesimo piazzamento che sta a dimostrare la forza di un corridore completo come pochi. Il 1970, vide il bergamasco vincere il Giro di Romancia e due tappe al Giro d’Italia, oltre al Giro di Piemonte. L’annata fu comunque impreziosita da tutta una serie di piazzamenti prestigiosi, come il secondo posto alla Milano-Sanremo e al Mondiale su strada di Mendrisio (come al solito alle spalle di Merckx) o il terzo al Giro di Lombardia, che erano l’ennesima conferma della classe del bergamasco, capace di restare ad altissimi livelli per quasi tutto il corso dell’anno e su qualsiasi terreno. Nel 1972, arrivarono la vittoria nel Gran Premio di Lugano, la seconda, il successo nella classifica finale del Giro di Catalogna e il trionfo nel difficile Gran Premio dell’Appennino, valido anche come gara unica per l’assegnazione della maglia tricolore.

L’assenza di grandissime vittorie, nel corso delle ultime stagioni, fece incautamente parlare qualche cronista di un imminente declino di Gimondi. Il quale, invece, stava per entrare nella fase più bella della sua carriera, quella della definitiva maturità. Nel 1973, infatti, l’Italia ciclistica si ritrovò stretta intorno al suo alfiere nel corso della prova del Mondiale su strada, a Barcellona. Quel giorno, in fuga con due belgi, il solito Merckx e Maertens, due spagnoli, Ocana e Perurena, all’olandese Zoetemelk e a Giovanni Battaglin, Gimondi riuscì a trovare la forza per bruciare in volata il più giovane e scattante Maertens, al quale venne a mancare l’aiuto nella volata conclusiva del Cannibale, il quale sembrò disinteressarsi di quanto stava avvenendo. Qualcuno disse che Merckx, aveva voluto evitare di aiutare il suo connazionale proprio in segno di rispetto verso Gimondi, e probabilmente è solo una leggenda. Certo, però, non si può non credere che al belga abbia fatto piacere vedere vincere il suo più irriducibile e corretto avversario, quasi a risarcimento di tutto ciò che gli aveva tolto in carriera, nel corso degli anni.

Ma non era certo finita qui, se si pensa che alla fine di una massacrante stagione, Gimondi avrebbe aggiunto anche il Giro di Lombardia, il secondo, ad un carniere sempre più ricco, oltre al Trofeo Baracchi e al Giro del Piemonte. Nel 1974, arrivava invece l’inaspettato trionfo alla Milano-Sanremo, corsa che in quel lasso di anni, si era trasformata in un incubo per il movimento ciclistico italiano. Il canto del cigno, avvenne due anni dopo, nel 1976, quando riuscì a vincere il suo terzo Giro d’Italia, scalzando solo alla penultima tappa, una cronometro ad Arcore, il suo rivale, il belga De Muynck. Ma la cosa più bella di questo giro, rimase il grande segno di rispetto tributatogli da tutto il gruppo, quando, nel corso di una delle ultime tappe, e col risultato ancora in sospeso, il bergamasco fu coinvolto in una caduta che avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche sulla sua classifica. Lo stesso De Muynck, decise allora di mettersi davanti al gruppo, per fargli assumere una andatura in grado di garantire un sereno rientro al suo avversario. Dimostrando in tal modo la grandezza sua e di Gimondi, che nel corso di una carriera lunga e generosa di successi, aveva comunque saputo conquistarsi il grande rispetto di tutto l’ambiente. E qui, consentitemi, sta forse il segreto dei tanti tifosi che ebbe Gimondi, una delle più belle figure mai espresse dal ciclismo mondiale.

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