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Fenomenologia Di Pedro Manfredini


10 luglio 2011 ore 10:25   di Montalbano  
Categoria Sport e Tempo Libero  -  Letto da 300 persone  -  Visualizzazioni: 607

L'acquisto di Erik Lamela, riapre l'affascinante capitolo dei giocatori argentini della Roma. Sulla sponda giallorossa del Tevere, infatti, nel corso dei decenni si sono avvicendati tanti campioni provenienti dal calcio platense. E anche tanti, che campioni non erano, ma che hanno comunque contribuito a creare un saldo legame tra la Capitale e l'Argentina. Quello che però ha veramente segnato una intera epoca della storia romanista, è senz'altro Pedro Manfredini, uno dei più caratteristici giocatori del panorama calcistico degli anni '50 e '60. Attaccante dotato di grande senso della rete, era capace di trascinare la propria squadra, ma anche di dissipare ciò che la stessa aveva costruito sino a quel momento. Dopo una trasferta sul campo di Napoli, nella quale aveva segnato tre reti, fu messo dalla stampa specializzata e dalla tifoseria sul banco degli imputati di una mancata vittoria, per effetto delle tante ghiotte occasioni da rete mancate quel giorno, che avevano infine permesso ai partenopei di chiudere in parità una partita che sembrava ormai persa. Del resto quella di spaccare l'opinione pubblica era una vera e propria specialità per lui. Anche in Argentina la tifoseria del Racing si era divisa tra gli aficionados che esaltavano ogni sua realizzazione e i detrattori che gli rimproveravano il fatto di saper solo pensare alla rete, disinteressandosi regolarmente della costruzione del gioco. E proprio per questa sua caratteristica, era stato chiamato "Mineral". Il quale, era il nome di un cavallo che pur non essendo tra i favoriti, aveva vinto il Gran Premio di Buenos Aires ad onta di uno stile che secondo i puristi, non era quello del campione. E come Mineral, Manfredini aveva consentito all'Argentina di vincere il Campionato Sudamericano andando contro il pronostico, che vedeva favorito il Brasile. Nella sfida decisiva, i verdeoro dominarono in lungo e largo la selezione argentina, ma dovettero piegarsi alla doppietta di Pedro, che in tutta la partita aveva preso solo quei due palloni, capitalizzandoli al meglio.

Per capire meglio, il tipo di giocatore che era Manfredini, basterebbe ricordare il contenuto di una intervista fatta da Aldo Biscardi a Vicente Feola, il grande tecnico brasiliano che aveva portato la sua nazionale alla vittoria del Mondiale del 1958, nei giorni in cui si era saputo dell'ingaggio di Manfredini da parte della Roma. "Paisa', Manfredini è un giocatore indipendente..." disse Feola al futuro conduttore del Processo del Lunedì. "E che vuol dire indipendente?" Ribattè il giornalista, sbalordito dalla definizione dell'interlocutore. "E' indipendente quell'attaccante, ala o centravanti, che non dipende dal gioco degli altri, della squadra, che non fa parte degli schemi, del collettivo, che segna per virtù propria e mette sempre in difficoltà l'allenatore, perchè questi sa che può sempre far goal, ma che se non segna, lascia la squadra in dieci." Il discorso di Feola costituiva una vera e propria fenomenologia di Manfredini, l'attaccante che avrebbe fatto impazzire una intera città, in un senso o nell'altro.


Appena arrivato in Italia, preceduto dalla grande fama guadagnata in patria, il buon Pedro si vide affibbiare un soprannome che gli sarebbe rimasto appiccicato per sempre: "Piedone". Soprannome dovuto ad una fotografia scattata da uno dei più noti fotografi calcistici della capitale al suo arrivo all'aeroporto cittadino, in cui si vedeva l'attaccante argentino ripreso dal basso e con in bella evidenza dei piedi che, per un particolare effetto ottico, sembravano enormi. Da quel giorno, divenne praticamente impossibile per lui staccarsi da quel curioso appellativo. Era ormai nata la leggenda di Piedone. Bastarono poche partite, per capire che la fama con cui era arrivato nel Belpaese, non era certo usurpata. La facilità con la quale andava regolarmente in rete, ne faceva l'ideale terminale offensivo di una Roma che, perlomeno dal centrocampo in sù, non lesinava nei nomi. In cabina di regia dispensava gli ultimi bagliori di una classe infinita il grande Pepe Schiaffino, arrivato a Roma in tarda età, ma sempre in grado di illuminare la scena per effetto di una intelligenza tecnico-tattica che aveva pochi riscontri nella storia del calcio mondiale. E nel dispensare il suo magistero calcistico, il grande Pepe era assistito da altri giocatori di grande vaglia, a partire da un altro straordinario uomo squadra come "Raggio di Luna" Selmosson, l'uomo per il quale la tifoseria laziale aveva inscenato una vera e propria rivolta quando aveva saputo della imminente cessione alla Roma. Ad affiancare Manfredini nell'urto frontale contro le ruvide difese del nostro campionato provvedevano poi i vari Lojacono, Orlando e Menichelli, tutti giocatori di altissima qualità. Era una Roma di grande caratura quella, e in forza della contemporanea presenza di tanti fuoriclasse (Helenio Herrera, qualche anno dopo, disse che se avessero dato a lui quella squadra, avrebbe vinto tre scudetti) si presentava ogni anno ai nastri di partenza del campionato tra le maggiori favorite per la vittoria finale. Il pronostico, regolarmente era poi disatteso da una squadra alla quale, probabilmente, mancavano attributi proporzionali alla classe. Era però una Roma cui non si poteva rimproverare di non giocare un bel calcio, soprattutto nelle giornate di grazia, che però capitavano non troppo regolarmente. E in questa squadra, Manfredini poteva dedicarsi al lavoro che sapeva fare meglio, buttare dentro più palloni possibile. Stava però per cominciare una delle epoche più contraddittorie nella storia giallorossa...

Nell'estate del 1961, infatti, si andò a sedere sulla panchina della Roma Luis Carniglia, uno dei più validi tecnici dell'epoca, che si era costruito meritata fama nel corso degli anni. Aveva cominciato ad allenare il Nizza, portandolo al titolo francese, per poi andare al Real Madrid, con cui aveva vinto due Coppe dei Campioni e una Liga. In Italia, il paese, il paese dei suoi genitori, era arrivato chiamato dalla Fiorentina e di qui il salto nella Capitale. Il suo unico difetto stava in una concezione puramente estetica del calcio, che lo portava a preferire un bel pareggio ricco di reti ad una scialba vittoria per uno a zero. In un calcio come quello italiano, ove l'unica cosa che contava era il risultato, questo modo di concepire il calcio, non poteva che trasformarsi in un tallone d'Achille. Naturalmente, l'estetica di Carniglia, mal si sposava alla concezione puramente utilitaristica del gioco che invece era il marchio di fabbrica di Manfredini, capace di appiattirsi nella pancia della difesa avversaria in attesa di un qualsiasi pallone da mandare dentro, magari nella maniera più beffarda. Tanto che il tecnico, più di una volta si trovò a sbottare contro l'ingiustizia rappresentata dal fatto che gli altri giocavano e Manfredini segnava. Data la premessa, era del tutto logico che il contrasto tra Carniglia e l'attaccante stesse ormai per esplodere in tutta la sua virulenza.
In questo quadro di latente inimicizia, i giornalisti romani inzupparono alla grande il biscotto. Dopo ogni gara, nel corso della canonica conferenza stampa, era abitudine che uno di loro se ne uscisse fuori con una domanda sulla prestazione di Manfredini, ben sapendo quanto sarebbe successo. E Carniglia non si peritava di rispondere: "Un parere su Manfredini? Lo volete por amigos o en official?" Naturalmente "en official" avrebbe dovuto essere il parere istituzionale, quello da riportare per carità di patria sui giornali, mentre "por amigos" era il vero pensiero, non filtrato dalla diplomazia, di Carniglia. E il pensiero di Carniglia, era ineluttabilmente espresso in questo curioso miscuglio di italiano e spagnolo: "En official, Manfredini ha giocato una buona partita. por amigos debbo invece dire che ha giocato proprio una partita schifosa, claro?" A dire il vero, il concetto di Carniglia era espresso in maniera molto più cruda, che non staremo qui a ripetere, ma si capisce benissimo. Era un concetto che esprimeva la pratica impossibilità di far convivere due personaggi lontani anni luce nel modo di intendere il calcio . E, naturalmente, ad un certo punto, sull'onda della mancanza di risultati all'altezza delle ambizioni e delle cifre spese nel corso di quegli anni dalla dirigenza, la Roma si trovò a dover scegliere chi mandare via. Toccò proprio a Carniglia, il quale dovette trasportare la sua concezione estetica del calcio presso altri lidi, mentre a Roma rimaneva il suo nemico Manfredini, il quale continuò a spaccare in due partiti la tifoseria, segnando caterve di rete e sbagliandone altrettante.

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