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Maradona A Napoli Tra Passione E Politica


3 settembre 2014 ore 13:42   di mariobarbato  
Categoria Sport e Tempo Libero  -  Letto da 475 persone  -  Visualizzazioni: 697

Abbigliamento sportivo, sciarpa azzurra al collo, capigliatura riccia da scugnizzo, Diego Armando Maradona giunse così a Napoli il 5 luglio del 1984 per essere presentato ai tifosi partenopei. Sessantamila persone, quella sera, riempirono lo stadio San Paolo per assistere alla presentazione del fuoriclasse argentino che si esibiva in un palleggio da virtuoso e pronunciava un "buonasera napolitani" che conquistò subito il cuore di chi lo avrebbe osannato nei sette anni successivi. Nell'euforia generale, nessuno si chiese come mai Maradona fosse giunto all'ombra del Vesuvio, in una squadra senza onori né glorie, e non fosse approdato invece alla corte dei grandi club europei. Furono pochi coloro che capirono che dietro l'arrivo di Maradona a Napoli si nascondeva una ragione politica, più che sportiva. Lo intuì Marco Pannella, quando disse: "L'arrivo di Maradona a Napoli fece storcere il naso un pò a tutti noi, perché avevamo capito che il giocatore fu ingaggiato dalla politica per distribuire un pò di pane a un popolo tormentato da mille problemi e tenerlo così sotto il livello esplosivo".

Pannella aveva ragione, perché nella Napoli umiliata dalla politica corrotta e dalla camorra sanguinaria Maradona era il nuovo, l'occasione di riscatto che il popolo cercava da sempre e che lo colse con entusiasmo. L'impossibile diventò improvvisamente a portata di mano. Maradona rappresentò il simbolo di una città che si provava a cambiare, a rinnovare. Tutto si aprì in una luce nuova. Il presidente del Napoli Corrado Ferlaino chiamò in squadra altri ottimi giocatori da affiancare all'ex stella del Barcellona e dare inizio a un ciclo destinato a entrare negli almanacchi della storia calcistica. Furono le solite illusioni di una Napoli che migliorava, ma che in quel momento davano coraggio, infondevano fiducia. Fu una rivoluzione e, come in ogni rivoluzione che si rispetti, si pensò ai simboli, alla nuova aria che stava circolando in città, allo stadio San Paolo che doveva diventare il tempio del campione venuto da lontano. Si moltiplicarono gli abbonamenti, aumentarono gli incassi societari, partirono mille iniziative commerciali con il volto del Pibe de Oro immortalato sui souvenir sparsi in tutta la città.


Maradona riuscì lì dove altri avevano fallito: portare il Napoli ai vertici del calcio nazionale e internazionale. Arrivarono anche i primi successi, due scudetti, la coppa Uefa, la coppa Italia, la supercoppa italiana; quattro anni di fila a dettar legge sui campi di mezza Italia. Dentro e fuori lo stadio, l'intera città era ai suoi piedi, pronta a esaltare le sue gesta o a perdonare i suoi eccessi: il consumo di droga, le notti folli della movida napoletana, le puntate nelle case da gioco della riviera, la frequentazione con la famiglia camorristica dei Giuliano di Forcella. Maradona diventò parte integrante dei simboli di Napoli, come il mare, il sole, la pizza, il Vesuvio, i colori del golfo.

Quando Maradona segnava e il Napoli trionfava, tutto il popolo viveva l'evento come una rivalsa contro altre città ritenute più fortunate. Tutto era improvvisamente mitigato. Poco importava se il lavoro scarseggiava, se la vecchietta era stata scippata alla stazione centrale, se l'acqua nera usciva dai rubinetti, se la camorra aveva ammazzato altre tre persone ai Quartieri Spagnoli, se un altro tossicodipendente era morto di overdose a Scampia, se il traffico ti bloccava due ore in via Marina, se i ragazzi erano costretti a turni pomeridiani nella scuole. Bastava una giocata dell'argentino a infiammare la platea perché tutto sembrasse più sopportabile. Maradona stemperò le tensioni sociali, anestetizzò le coscienze di un popolo insofferente, riuscendo a fare quello che nessun altro uomo, San Gennaro compreso, era mai riuscito a ottenere: far dimenticare ai napoletani i mali della città.

Furono incredibili il tempo, il denaro, gli interessi che la borghesia governativa intrecciò con il mondo apparentemente puerile del calcio. In un misto di opportunismo politico e di passione ludica che dominava il costume partenopeo. I politici partenopei, come gli antichi imperatori romani, avevano capito che gli interessi di un popolo non erano nel freddo marmo di una Senato ma sul caldo terreno di una campo da gioco. Avevano così dato Maradona in pasto ai napoletani come pane per la plebe, seguendo una tradizione consolidata che vedeva nelle olimpiadi greche, i circensi e i gladiatori romani, le corse dei cavalli di Costantinopoli, i criket e il rugby anglosassoni diventare parte integrante del sistema di potere. E così quello che durante il regime fascista era un dazio da pagare per tenere buoni i sudditi, il calcio, a Napoli diventò un'occasione unica per rilanciare l'immagine della città nel mondo e tenere il popolo occupato, mentre i politici, indisturbati, continuavano a saccheggiare le risorse della città.

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