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Nostalgia Di Roberto Baggio


2 aprile 2011 ore 09:49   di nicovale  
Categoria Sport e Tempo Libero  -  Letto da 353 persone  -  Visualizzazioni: 625

In un calcio italiano in cui, ormai, contano di più gli stati d'animo e le parole di Allegri e Leonardo, in cui quasi si rimpiangono le polemiche dell'esuberante Mourinho, come se gli allenatori fossero più determinanti e più amati degli atleti e in cui sono rimasti due soli grandi fuoriclasse, Alex Del Piero e Francesco Totti, oltre, naturalmente, al portierone della Nazionale Gigi Buffon, non può non crescere la nostalgia per le magie di Roberto Baggio, uno di quei campioni (pochissimi) in grado di far sognare e di accendere la fantasia del pubblico.

Sono passati sette lunghi anni da quel 16 maggio del 2004, giorno dell'addio all'agonismo da parte del "divin codino", uno dei più grandi campioni della storia del calcio italiano e senz'altro il calciatore più amato malgrado in carriera non abbia ottenuto quei risultati a livello di squadra che un fuoriclasse del suo rango avrebbe ampiamente meritato. Un addio sofferto ma senza rimpianti che lasciò un vuoto incolmabile negli stadi italiani, abituati alle sue magie, ai suoi colpi di classe cristallina, alle sue straordinarie serpentine, ai suoi gol quasi mai banali.


Un addio in punta di piedi, nel suo stile, al termine di una carriera ricca di grandi soddisfazioni a cominciare da quello straordinario "Pallone d'oro" nel 1993 a chiusura di una stagione esaltante. Baggio, a differenza di Del Piero e Totti, non è mai stato una "bandiera" e questo è stato forse il suo limite, quello di non aver trovato in oltre vent'anni di carriera una maglia a cui affezionarsi dedicando ad essa anima e corpo. Da una squadra all'altra, da una città all'altra, da nomade del calcio, a regalare sogni e magie, tra nascite di grandi amori calcistici e storie finite troppo presto tra incomprensioni e rimpianti, ma sempre lasciando il segno, quello indelebile, dei fuoriclasse. Da Vicenza a Firenze, dalla Juventus al Milan, da Bologna all'Inter, fino al gran finale a Brescia, in provincia, a farsi amare, come sempre, per le sue doti calcistiche e umane.

E poi la Nazionale, altra storia di un grande amore che, purtroppo gli ha sempre negato la gioia più grande, l'agognato titolo Mondiale, sfiorato, accarezzato ma mai conquistato. Lui che non è mai stato "bandiera", che ha sempre girovagato per lo Stivale calcistico, in Nazionale ha sempre trovato la sua dimensione, il suo voler regalare a tutti gli italiani, non divisi dal colore di una maglia e dal tifo, quel sogno dai colori dell'iride che si è fermato per sempre in quel pallone calciato nel cielo americano sopra la traversa brasiliana da quel suo piede magico che in quell'estate del 1994, nel momento più importante, inesorabilmente lo tradì.

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