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Una Breve Storia Dei Giocatori Argentini Della Roma


7 luglio 2011 ore 14:35   di Montalbano  
Categoria Sport e Tempo Libero  -  Letto da 428 persone  -  Visualizzazioni: 884

Sembra ormai in fase di chiusura l’acquisto di Erik Lamela, talentuoso trequartista del River Plate, ad opera della Roma, Qualora l'operazione andasse a felice compimento, segnerebbe l’ennesimo atto di una storia, quella dei giocatori argentini nella Capitale, ricca di capitoli, spesso affascinanti, nel bene o nel male. Il primo argentino ad indossare la maglia giallorosa fu Arturo Chini Luduena, attaccante arrivato nel nostro paese dopo essersi laureato in Giurisprudenza a Buenos Aires. Attratto più dal calcio giocato che dai codici, fu chiamato dalla Juventus nel 1926, ma dopo un provino positivo, sorsero delle complicazioni che furono prontamente sfruttate dai dirigenti dell'Alba, una delle squadre che confluirono nella Roma, nell’ambito del progetto che prevedeva una sola grande squadra capitolina. Ala molto dotata dal punto di vista tecnico, quando la partita si surriscaldava, scompariva letteralmente dal campo. In una gara del 1928-29, a Bergamo, si rivolse all’arbitro chiedendo protezione dai calcioni degli avversari e, non avendola ottenuta, minacciò di uscire dal campo. Non proprio un cuor di leone, insomma.

Il secondo capitolo della storia, non può che essere rappresentato da Guaita, Scopelli e Stagnaro. Guaita, fu soprannominato il “Corsaro Nero” dalla sempre immaginifica tifoseria giallorosa, per il suo stile di gioco e per la maglia nera che all’epoca era indossata spesso dalla Magica. Era un attaccante fortissimo che, a differenza di Chini, non aveva alcun problema di fronte alla rudezza dei difensori italiani. Nel torneo 1934-35, il secondo in Italia, segnò la bellezza di 28 reti in 29 partite, record mai battuto nei tornei a 16 squadre. Fu uno degli azzurri che vinsero il Mondiale del 1934 ed ebbe un ruolo di rilievo nella stessa competizione. Scopelli, a sua volta, era chiamato “Coniglietto” per le sembianze del volto e, anche per una certa pavidità,. Era una mezzala di puro stampo argentino, capace di costruire il gioco, ma anche di concluderlo. Mentre Stagnaro, era un centromediano che in patria era considerato un vero fuoriclasse. Per portarli a Roma, l’ex giocatore giallorosso Lombardo, che era stato il mediatore dell’affare, aveva rischiato il linciaggio da parte delle tifoserie delle squadre in cui militavano i tre. Se avesse saputo quanto avrebbero combinato, forse si sarebbe risparmiato la pena. Quando mancavano meno di 48 ore all’inizio del torneo 1935-36, infatti, gli argentini, fecero perdere le loro tracce, lasciando monca una squadra che era la naturale favorita del campionato. Si seppe poi che a spingerli alla fuga, era stato il timore di essere mandati in Etiopia con le truppe combattenti. Ipotesi che non li riguardava assolutamente, ma che sembra gli fosse stata insufflata da Vaccaro, Console della Milizia e dirigente laziale di antica fede, oltre che Presidente della Federazione. Leggenda o realtà, fatto sta che di Guaita, Scopelli e Stagnaro, non si parlò più.


Altro capitolo, stavolta esilarante, è quello riguardante Francisco Eugenio Provvidente, centravanti arrivato in Italia su una nave insieme a frotte di connazionali alla ricerca di un lauto contratto. In patria, aveva segnato a raffica e quando giunse in Italia, intervistato dai giornali, si disse sicuro di ripetere le sue prodezze anche da noi. E, battendosi la testa, si disse “muy valiente” nel gioco aereo. Valiente o meno, a Roma non riuscì mai a dare l’impressione di poter ripetere le prodezze di Guaita, anzi. La sua lentezza divenne presto motivo di ilarità presso la tifoseria romanista, per poi trasformarsi in vera arrabbiatura, quando fu chiaro che non era adatto al gioco che imperava sui nostri campi. In una partita del 1940-41, colpito alla testa da un calcione, stramazzò al suolo come fulminato. A quel punto, dagli spalti si alzò un terribile coro: “Provolone, provolone.” La sua carriera italiana, poteva dirsi conclusa, anche perché stava sorgendo l’astro di Amadeo Amadei.

Ma non meno esilarante, fu il capitolo scritto da Pedro Manfredini, circa due decenni dopo. Arrivato a Roma, fu subito immortalato da un noto fotografo mentre scendeva la scaletta dell’aereo, mettendo in risalto i piedi. Gli derivò il curioso soprannome di “Piedone”, che lo avrebbe accompagnato nel corso di tutta la sua esperienza italiana. Segnava vere e proprie raffiche di reti, ma se non segnava, era un giocatore di meno. Roma si divise presto in due fazioni, pro e contro Manfredini. E quando arrivò il tecnico Carniglia, suo connazionale, la situazione si trasformò in una grandiosa pochade. Il tecnico, infatti, odiava Manfredini. Perché segnava “soltanto”, mentre per lui il calcio doveva essere opera d’arte. E la stampa romana, non faceva che buttare benzina sul fuoco, chiedendogli dopo ogni gara un giudizio sulla prestazione dell’attaccante. E Carniglia, invariabilmente, rispondeva che “En official” la partita di Pedro era stata buona, ma che “Por amigos” aveva fatto schifo. Quando lo mise fuori squadra, la Roma si ritrovò monca all’attacco e alla fine, la sua panchina saltò, con ritorno dell’odiato nemico, il quale si rimise a segnare reti a raffica, come se non fosse successo nulla.

Nel 1966, dopo la disfatta dell’Italia ai mondiali, le frontiere furono chiuse, e per trovare nuovi capitoli di questa avvincente storia, bisognò attendere gli anni ’90. Che videro arrivare a Roma un certo Abel Balbo, attaccante di puro stampo manfrediniano, capace cioè di segnare "soltanto". Anche lui, come l’illustre predecessore, aveva una sana tendenza a buttare dentro la palla, senza badare troppo allo stile. Ma poiché, la storia è fatta di cicli che si ripetono, non poteva mancare il Carniglia della situazione. Che stavolta, fu Zdenek Zeman, altro esteta per il quale non contava tanto il risultato, quanto il modo di arrivarci. Il dissidio tra i due personaggi, venne presto alla luce, tanto che nel corso di una partita della stagione 1997-98, dopo l’ennesima sostituzione, Balbo fu immortalato dalle telecamere mentre dava del “laziale” al suo tecnico, aggiungendo una parolina che non staremo qui a ripetere, per non scadere nel turpiloquio.

E veniamo a quello che può essere considerato l’ultimo grande capitolo di questa vera e propria saga, quello rappresentato da Walter Samuel, il roccioso centrale difensivo che la Roma prelevò nel 2000 dal Boca Juniors, previo pagamento di una bella carrettata di miliardi. Forte di testa, non velocissimo, ma dotato di grande senso del piazzamento, duro come una roccia, Samuel divenne subito un beniamino della tifoseria giallorossa, tanto da guadagnarsi il soprannome di “The Wall”. In effetti era un muro, contro il quale si facevano male molti attaccanti avversari. Fu uno dei maggiori protagonisti del terzo scudetto, quello del 2000-01. Quando la Roma di Francesco Sensi, entrò in crisi finanziaria, fu giocoforza sacrificarlo a fronte della sontuosa offerta del Real Madrid. Quando partì da Roma, Samuel ebbe però una bella pensata, quella di dire che non avrebbe mai vestito altra maglia, in Italia, dopo quella della Roma. Pensate perciò lo stupore, e anche la rabbia, della tifoseria capitolina quando un paio di anni dopo, lo stesso Samuel tornò nel Belpaese per indossare la casacca dell’Inter.
Insomma, una storia bellissima, che potrebbe presto arricchirsi di una nuova puntata, per la speranza di una tifoseria che sogna solo di poter tornare ad amare l'unico biancoceleste che non provoca allergia, quello dell'Argentina.

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