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I Viaggi Di Gigi: 1976: Quando L' Italia Vinse La Coppa Davis


4 aprile 2011 ore 16:55   di gigioliviero  
Categoria Sport e Tempo Libero  -  Letto da 337 persone  -  Visualizzazioni: 836

Questa è la storia di un vero e proprio scoop filmato sportivo, di quelli che capitano davvero una volta sola e sono la somma di coincidenze praticamente irripetibili.
Torniamo al lontano 1976, quando, in una delle pazze idee della mia vita professionale, io mi ero buttato nell’avventura di realizzare, con la supervisione del direttore della Scuola maestri di tennis della Federazione, Tonino Rasicci, un’Enciclopedia Filmata del Tennis. Idea carina, che si scontrava col fatto che allora non esistevano le telecamere e i DVD, ma solo le cineprese e la costosissima pellicola.

Ma allora ero giovane e naturalmente incosciente, quindi non mi preoccupai più di tanto e mi buttai nell’avventura. Girammo la prima puntata (dedicata al diritto) in 16 millimetri, cioè molto professionalmente, e fu un lavoro incredibile per l’epoca, anche se la sua diffusione cozzò contro la mancanza di distribuzione di un prodotto che era troppo in anticipo sui tempi. Il prodotto finale, cioè, era distribuito in super8, un formato che oggi fa sorridere, ma che all’epoca era l’unico mezzo per proiettarsi a casa dei filmatini.


Il destino però volle che proprio in quel periodo stava per capitare un’occasione unica nel mondo del tennis italiano. La squadra azzurra, infatti, era riuscita ad arrivare alla finalissima della mitica Coppa Davis (il più celebre torneo di tennis a squadre del mondo, che noi non avevamo mai vinto) perché quella finale si doveva giocare in Cile. Era da pochi mesi avvenuto il colpo di stato di Pinochet, un sanguinario generale che aveva portato il terrore in quel Paese, e, per ritorsione, tutte le nazioni partecipanti al torneo (compresi i superfavoriti americani e australiani) si erano ritirati. Era rimasta solo l’Italia, che si era vista aprire le porte della finale come per miracolo.

I Viaggi Di Gigi: 1976: Quando L' Italia Vinse La Coppa Davis

Scoppiò, come il solito nel nostro Paese, una polemica ferocissima. Da una parte c’erano i “politici”, che si battevano per aggregarsi al resto nel mondo nel boicottare la gara, e dall’altro gli “sportivi”, che sostenevano che proprio lo sport poteva portare agli occhi del mondo il terribile problema cileno.
La verità era che un’occasione così non sarebbe mai più ricapitata per l’Italia, che non aveva mai vinto la prestigiosa coppa.
Alla fine vinsero gli “sportivi”, ma con una contropartita pesante da parte di tutti i mezzi di comunicazione (TV compresa), che boicottarono l’avvenimento impedendo le riprese televisive.

Come capita sempre nella vita, quello che è una disgrazia per moti, può diventare una fortuna per pochi, e infatti l’occasione ci aprì una possibilità unica, quella cioè di riprendere noi soli l’avvenimento (e quindi la quasi sicura vittoria italiana) con un’esclusiva mondiale irripetibile.

Non ci volle molto a decidere che la cosa si doveva fare. Per farla breve, dopo una settimana mi ritrovai a Fiumicino con una cinepresa 16 mm (la mitica Arriflex) e soli 1.000 metri di pellicola da poter utilizzare. All’epoca, infatti, la pellicola costava carissima e noi non potevamo certo scialare. Per darvi un’idea, 1000 metri (che all’epoca costavano all’incirca come 1500 euro) duravano poco più di un’ora e mezza, l’equivalente di una cassetta e mezzo di nastro miniDV di oggi (del valore di 4-5 euro!). Non si può dire che non siano stati fatti progressi…

Il viaggio durò quasi 24 ore, con un vecchio e scomodissimo DC8, via Madrid, Rio de
Janeiro e Buenos Aires. Mi ricordo che conobbi un simpaticissimo dentista romano, stratifoso di tennis, che mandò al diavolo il comandante dell’aereo quando, sorvolando le Ande, lui uscì fra i passeggeri indicandoci un punto sulle montagne dove, pochi mesi prima era caduto un aereo e i passeggeri, per sopravvivere, avevo mangiato i compagni morti. Un caso di cannibalismo (da cui fu tratto anche un film) che aveva fatto scalpore.
Bene Angelo (così si chiamava) chiese seriamente al capitano chi stesse pilotando e, alla sua candida risposta che c’era il pilota automatico, non esitò a mandarlo al diavolo, dicendo che lui aveva pagato un biglietto normale e che pretendeva un pilota vero!

I Viaggi Di Gigi: 1976: Quando L' Italia Vinse La Coppa Davis

A Santiago l’atmosfera era surreale. La città sembrava divisa in due. La povera gente che cercava in tutti i modi di parlare con i giornalisti stranieri per raccontargli delle atrocità del nuovo regime, e la parte “bene” della città che approfittava, nell’altro senso, della vetrina internazionale per cercare di dimostrare che la situazione era del tutto tranquilla.
Io alloggiai nell’hotel più lussuoso, ma solo perché c’era pure la squadra (i mitici Pietrangeli, Panatta e Bertolucci. Faceva un caldo torrido, ma per fortuna c’era una bellissima piscina, dove si esibivano in tanga le giovani mogli dei tennisti, all’ombra di un alto… albero di Natale. Sì, perché, malgrado tutto, eravamo a metà dicembre…
Io non ero conosciuto dalla squadra, quindi faticai un po’ a farmi accettare, ma, con l’invadenza obbligatoria del mio lavoro (se non lo fai non tornio a casa col materiale) riuscii a seguire tutti gli allenamenti, compresi i trasferimenti in pullman.
L’atmosfera intorno a noi era molto serena e tutti, naturalmente, cercavano di sorriderci e far apparire tutto roseo. Anche la popolazione era molto cordale e socievole, come tutti i sudamericani e poi c’erano le più belle ragazze che io avessi mai visto! Una popolazione davvero bellissima.

Io sono sempre stato un timido con le donne, in quell’occasione, però, provai una timida avance con un gruppo di ragazze bellissime che erano venute a vedere gli allenamenti degli azzurri, e mostravano molto entusiasmo per gli italiani. Io ero giovane, simpatico e con una cinepresa in mano che, diciamo la verità, fa sempre scena, quindi attaccai discorso e poi, vista la disponibilità delle fanciulle, proposi alla più bella di loro di uscire la sera.
Mi aspettavo un rifiuto deciso, ma lei sorrise. Mi chiese in che albergo stavo e mi disse, candidamente che sarebbe venuta lei la sera alle otto.
Rimasi di sasso. In Italia non sarebbe mai successo.

Poco prima delle otto vagavo un po’ nervoso nella hall del grande hotel, chiedendomi che sarebbe successo. Alle otto in punto vidi arrivare un macchinone americano, guidato da una signora bellissima, con accanto la ragazza dello stadio (si chiamava Margherita) e, dietro, un’altra ragazza molto carina.
Io mi avvicino, do la mano a margherita che era scesa per cercarmi e lei candidamente mi dice: “Ciao, lei e la mia mamma, e lei è la mia sorellina Consuelo… Non puoi far venire anche un tuo amico per lei?”
Io rimango di sasso. Tutto potevo prevedere meno che lei arrivasse con tutta la famiglia.
Balbetto qualcosa, poi le chiedo di aspettarmi un attimo. Rientro in albergo e propongo a un giornalista spagnolo che avevo conosciuto di venire con noi. Lui lancia un’occhiata all’auto fuori e, naturalmente, mi dice subito di sì.
Saliamo in macchina dove la signora e le figlie, cordialissime, mi dicono che andiamo a casa loro perché ci voleva conoscere anche il marito…
La cosa si faceva sempre più surreale, ma decisamente inconsueta.
La casa era nel centro della città, molto bella e accogliente. Il padre, un bell’uomo dal sorriso aperto e simpatico ci accoglie con calore, ci offre da bere. Poi ci chiede dell’Italia, insomma rompe subito il ghiaccio mettendoci a nostro agio. Poi arriva la sorpresa. Una domanda: Di dove sei? Di Napoli. Di Napoli, veramente? Sì, certo, la conosce…
Accidenti se la conosceva. Era un amante delle canzoni napoletane e comincia a citarmele e a cantarle.

Io resto di stucco, ma una perfida soddisfazione comincia a pervadermi. Ama le canzoni napoletane… e lo dice a me che sono il figlio di un grande musicista partenopeo?
A questo punto lui mi porta verso un mobilo-giradischi e tira fuori un 33 giri (i vecchi dischi di vinile), mostrandomelo. Era un’antologia di canzoni napoletane, fra cui c’era “Nu quarto ‘e Luna”, una celebre canzone composta proprio da mio padre.
Io ho un sobbalzo e, orgoglioso, gli dico che sono il figlio dell’autore. Lui diventa serio, come non credendoci e balbetta qualcosa, come se non ci credesse.
Allora io tiro fuori il passaporto e gli faccio vedere che il mio cognome è uguale all’autore della musica. Lui fa un balzo di felicità e mette il pezzo.
Il ghiaccio era definitivamente rotto.

E la serata? Beh, ilo padre, a un certo punto, ci ha detto che era ora di andare. Ci fa salutare la madre (”Ma lei non viene?...”) e ci accompagna tutti e quattro in un locale grandissimo, carico di luce e di musica. Ci lascia all’ingresso, dicendoci che sarebbe tornato a prenderci alle 2, perché alle 3 c’era il coprifuoco. D’accordo, d’accordo…
Per farla in breve, la serata fu divertente e allegra, anche se io e il mio amico restammo di sasso quando le due fanciulle ci dissero candidamente che avevano 16 e 17 anni…

Naturalmente le ragazze non le toccammo con un dito, neanche nei giorni successivi, quando vennero a trovarci allo stadio durante gli incontri.
Incontri che, come oramai sanno tutti, andarono benissimo per l’Italia. Panatta & Company vinsero agevolmente i loro incontri e solo Zugarelli concesse al Cile il punto della bandiera. E io, che avevo ripreso le partite dagli spalti, mi ritrovai in campo a riprendere la squadra, con Pietrangeli, il capitano, che alzava al cielo la mitica Coppa Davis, mentre faceva il giro di campo, carico di felicità.

I Viaggi Di Gigi: 1976: Quando L' Italia Vinse La Coppa Davis

Tornai frastornato dal Cile, fermandomi due giorni a Rio de Janeiro sempre con i giocatori per non perdere l’occasione di conoscerla, e solo diverso tempo dopo capii che avevo realizzato un vero scoop. Se volete vederle andate pure su You Tube. Le troverete sotto il nome “Filmcards Coppa Davis”. Sono immagini oramai antiche e sbiadite dal tempo, ma restano l’unica documentazione al mondo di una vittoria che fino ad oggi non è mai stata ripetuta dalla nostra squadra di tennis.

(gigi.oliviero09@gmail.com)

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