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Incontrasi... Ai Confini Dell' Universo


6 marzo 2011 ore 02:19   di robertolapaglia  
Categoria Tecnologia e Scienze  -  Letto da 529 persone  -  Visualizzazioni: 815

Esiste un limite dell’universo? Se esiste, dove potrebbe trovarsi e quanto dista da noi?
Queste due domande, per quanto possano apparire scontate rispetto alle moderne acquisizioni scientifiche, hanno in realtà ossessionato molti astronomi, studiosi e pensatori del passato.

Già nel I secolo a.C., il poeta Tito Lucrezio si interrogava sui limiti del nostro mondo (De Rerum Natura), e immaginava un fantastico arciere nell’atto di scagliare la propria freccia oltre il confine dell’universo: che fine avrebbe fatto quella freccia?
Anche l’astronomo Camille Flammarion si poneva gli stessi interrogativi, e lo stesso Copernico pensava che il confine fosse costituito dalla sfera delle stelle fisse.
Non si tratta quindi di una curiosità abbastanza recente, ma di una atavica domanda alla quale sono state date le risposte più varie e che ha seguito sempre una continua evoluzione di pensiero.
Thomas Digges, astronomo e matematico britannico, oltre che convinto assertore delle teorie di Copernico, più che un confine immaginava uno spazio infinito popolato di stelle, lo stesso concetto che sarebbe poi stato ripreso da Giordano Bruno.
Esiste quindi questo tanto cercato confine?
Di certo una sua ipotetica scoperta non sconvolgerebbe soltanto molte delle teorie astronomiche accreditate, ma sarebbe anche un duro colpo per quanti, filosofi, poeti e narratori, hanno fatto dell’universo la sede dei più sconvolgenti amori e dei sentimenti stessi.
Non si potrebbe più accennare a un amore infinito quanto l’universo, ma forse diverrebbe alla fine tutta una questione di interpretazione.
D’altra parte l’espressione “limite estremo dell’Universo” comporta la fine di qualcosa ma anche l’inizio di un altro incredibile mistero; se infatti un limite esiste, cosa ci sarà oltre?
Si potrebbe forse uscire dall’imbarazzo sostituendo alle espressioni finito e delimitato, quelle di infinito e illimitato, ma in tal modo non esisterebbe più il limite, tutto sarebbe illimitato e infinito.
Una terza possibilità si potrebbe intravedere portando avanti l’ipotesi che l’universo sia finito ma che non abbia confini.
A ben riflettere, la superficie della Terra è finita nella sua estensione, ma non per questo ha dei confini; ragionando a rigor di termini,m la sua superficie è una immensa distesa a due dimensioni, la curvatura è soltanto una sua caratteristica e non influisce sulla sua qualità bidimensionale.


Un notevole contributo a questo tipo di ricerca arrivò intorno alla fine degli anni Venti, quando Hubble dimostrò la progressiva espansione delle galassie a causa di un evento iniziale, il “Big Bang”. Non dobbiamo però cadere nella falsa immagine di galassie che si espandono attraverso lo spazio, in realtà questi sistemi stellari si allontanano perché è lo spazio fra di esse che si dilata (teoria dello spazio – tempo).
Per meglio comprendere quanto appena scritto ci possiamo aiutare disegnando su un palloncino di gomma dei cerchietti che rappresentano le galassie. Se proviamo a gonfiare il palloncino, i cerchietti non usciranno dalla sua superficie, ma si allontaneranno gli uni dagli altri; ciò è dovuto al fatto che la gomma del palloncino si allarga.
Appurato che le galassie si stanno espandendo, ciò significa che in epoche passate dovevano essere tutte più vicine, quindi, andando indietro nel tempo, potremmo ipotizzare che fossero tutte concentrate in un unico punto, quelli che gli studiosi di cosmologia definiscono uovo cosmico o atomo primordiale.
Questa teoria in realtà è stata molto discussa e non sempre ha trovato il favore degli scienziati; Einstein, ad esempio, non credeva all’espansione dell’universo, tanto che inserì nelle sue equazioni un fattore (costante cosmologica) con il quale si poteva ottenere una soluzione statica del suo modello cosmologico.
In ogni caso, dando per scontato il fatto che l’universo sia in espansione, rimane sempre in piedi la domanda iniziale: esiste un confine?
Ancora una volta non possiamo che abbandonarci a innumerevoli punti di vista; se, tanto per citarne uno, all’interno dell’uovo primordiale era contenuta tutta la materia e tutto lo spazio, è logico supporre che il Big Bang non fu un evento che si consumò dentro l’universo ma la nascita stessa dell’universo che avvenne dal nulla.
Andando così le cose non dovrebbe esistere un prima, cosa che complicherebbe ancora di più la questione; se tutto avvenne nel tempo, se non è mai esistito un prima e l’universo si creò improvvisamente, cosa c’era prima?
Lo stesso S. Agostino si pose questo problema, e scrivendo che “...il mondo fu creato col tempo e non nel tempo”, non fece niente altro che riproporre il quesito appena espresso in chiave religiosa: cosa faceva Dio prima di creare l’universo?
In mancanza di assolute certezze possiamo soltanto limitarci a dire che, attualmente, il confine dell’universo si trova a 13.7 miliardi di anni luce, ovvero a quella distanza, da noi stessi misurata, che ci separa dagli oggetti più lontani fino ad oggi conosciuti attraverso la luce che è giunta fino ai nostri strumenti.
Proprio questa luce, che viaggia a 300 mila chilometri al secondo, ha impiegato 13.7 miliardi di anni per arrivare, ma questa distanza, in realtà, misura soltanto l’universo osservabile attraverso la strumentazione in nostro possesso, senza tener conto del fatto che, durante l’intervallo di tempo intercorso affinché la luce arrivasse, l’universo ha comunque continuato a espandersi.

Agli inizi degli anni ’60 molti radioastronomi rimasero incollati ai loro strumenti, stupefatti nell’osservare delle piccole ma estremamente luminose sorgenti di intense onde radio; l’enigma venne risolto quando le strane luci vennero interpretate come il risultato di uno spostamento molto marcato verso il rosso.
Rimaneva però un dubbio; se lo spostamento era così marcato ciò significa che almeno due o tre dei quasar osservati si stavano allontanando da noi a una velocità pari al 92 per cento di quella della luce.
Se a quella velocità la legge dell’espansione è ancora lineare (anche se questo non possiamo effettivamente saperlo), ciò significa che i quasar si trovavano a circa 11 miliardi di anni luce da noi.
Da queste osservazioni si dedusse che, non trovando nulla a una distanza superiore da quella dei due o tre quasar osservati, non si può escludere che questi ultimi si trovino proprio all’estremo limite dell’universo, nel confine così tanto cercato.
Ma forse quello che noi osserviamo non è il remoto limite dello spazio, bensì un remoto limite di tempo, l’inizio di tutto.

L'espansione dell'Universo ci pone di fronte a uno strano problema; le galassie in formazione, quelle che si trovano vicino al limite in cui si vede la formazione dell'Universo, rappresentano gli ultimi oggetti visibili.
Siamo arrivati dove finisce l'Universo visibile, ovvero dove l'Universo stesso nasce, poiché la fine dello spazio accessibile all’osservazione umana coincide con l'inizio del tempo.
Ma sarà davvero così?
In realtà l'Universo che attualmente siamo in grado di osservare, non corrisponde all'Universo che effettivamente esiste in quel dato momento, così come le galassie che si presentano ai nostri telescopi non sono quelle attuali, ma quelle che esistevano miliardi di anni fa, quando cioè la luce che giunge oggi ai nostri occhi intraprese il suo cammino.
La luce che proviene da galassie lontane conserva informazioni vecchie, le stesse che qualunque archeologo sarebbe ben felice di trovare al posto di recenti manufatti; è infatti molto più semplice lavorare muovendosi nello stesso habitat che si sta studiando che non in una sua immaginaria ricostruzione sulla base di pochi frammenti di informazioni.
Ancora una volta, quindi, ritorniamo alla domanda iniziale, anzi, i quesiti aumentano: quale era la grandezza iniziale dell’universo?
L'Universo reale è sicuramente più grande di quello che riusciamo ad osservare, e l’orizzonte cosmico che si va ingrandendo con il passare del tempo inglobando altre regioni cosmiche ancora a noi ignote, sembra essere la prova più convincente.
Siamo nelle stesse condizioni di un ipotetico scalatore, il quale, salendo sempre più, scopre passo dopo passo un orizzonte sempre nuovo rispetto a quello di qualche istante prima.
Non sappiamo esattamente quale sarà l’immagine finale, forse riusciremo a osservare immensi e sconfinati spazi popolati di galassie, e forse in un punto imprecisato riusciremo ad osservare un altro esploratore che come noi, con costanza e dedizione, ha sognato per lungo tempo di scoprire i confini dell’Universo.

Articolo scritto da robertolapaglia - Vota questo autore su Facebook:
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Commenti

 
  • ALBERTO DANTE PA..
    #1 ALBERTO DANTE PA..

Caro Roberto il problema potrebbe non essere reale ma immaginario infatti prendiamo la dimensione in un sogno: credi di agire vedere e sentire ma è qualcosa di reale? Eppure in quella dimensione esiste un prima e un poi e anche la dimensione spaziale creata dalla tua mente. Se si potesse riuscire a superare la velocità della luce probabilmente la nostra visione dell'universo sarebbe molto diversa. Personalmente penso che la materia sia una creazione "mentale" oppure come dicono alcuni "sonora" ma non sò se riusciremo ad avere una risposta certa in quanto ci sono dei limiti alle nostre indagini che possono venire solo superati da supposizioni e congetture. Forse gli ALIENI potrebbero darci delle risposte più concrete ma bisogna vedere se ce le vogliono dare...

Inserito 15 marzo 2012 ore 11:14
 

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