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Le Tecnologie Del 3d: Ecco Come James Cameron Ci Porta A Spasso Per Pandora Nel Suo Avatar


21 gennaio 2010 ore 02:04   di giova9_79  
Categoria Tecnologia e Scienze  -  Letto da 1144 persone  -  Visualizzazioni: 1972

In questi mesi sempre più numerosi sono i titoli in 3D che vengono proiettati nelle nostra sale cinematografiche. L’ultimo in ordine di tempo, ma anche il più famoso per gli investimenti fatti dal famoso regista James Cameron è Avatar, che sta sbancando i botteghini di tutto il mondo. Il già padre dei colossal “Terminator” e “Titanic”, porta lo spettatore sull’isola aliena di Pandora. E lo fa in modo tridimensionale, sfruttando la tecnica del 3D.
Ma vediamo quali sono le tecnologie con cui al giorno d’oggi si possono realizzare film in 3 dimensioni.

Il 3D che oggi viene presentato come un’innovazione della tecnologia moderna non è una novità. I primi dispositivi per vedere le immagini in 3D risalgono infatti al 1800, mentre il primo film girato in anaglifo è del 1922. negli anni ’50 prima e negli ’80 poi sono apparsi alcuni titoli in 3D, che non hanno però avuto grande successo. Fin dai primi tentativi era però ben chiaro cosa bisognava fare per ottenere la visione a tre dimensioni: riprendere la scena con 2 cineprese distanti tra di loro 6-7 cm (la distanza dei nostri occhi) e proiettare le riprese così ottenute in modo che l’occhio destro veda solo quella di destra, ed il sinistro solo quella sinistra. Sebbene il concetto sia semplice, l’implementazione pratica non è stata poi così semplice, specie se la platea è costituita da più di un individuo.


I sistemi per ottenere la visione in 3 dimensioni sviluppati sino ad oggi sono sostanzialmente 3: anaglifo, occhiali polarizzatori passivi o attivi, auto stereoscopia.
L’anaglifo è il sistema più vecchio, quello nell’immaginario di tutti noi è il sistema per vedere film in 3D: i famosi occhialetti colorati. In particolare consiste nel visualizzare le due immagini in contemporanea sullo schermo, ma filtrate con due colori differenti (ciano e rosso); lo spettatore deve indossare due occhiali, con lenti colorate (una rossa ed una ciano, appunto), in modo che ciascun occhio veda solo la scena ad esso riservato. La scelta dei due colori non è casuale: il ciano contiene i colori primari blu e verde, che insieme al rosso consentono di fornire al cervello tutte le informazioni per ottenere un bilanciamento cromatico adeguato. I filtri cromatici però non sono perfetti, e quindi fanno passare una porzione dell’immagine riservata all’altro occhio; inoltre il rosso appare poco saturo e la fedeltà cromatica lascia parecchio a desiderare.

Il secondo sistema si basa sulla proiezione delle due immagini con luce polarizzata linearmente secondo due piani ortogonali. Lo spettatore deve indossare un paio di occhiali dotati di filtri polarizzati linearmente, ma disposti su piani ortogonali. Questa tecnica mantiene inalterati i colori, ma ha lo svantaggio di ridurre la luminosità del 50% a causa della polarizzazione. Inoltre affinché l’effetto 3D non venga disturbato, è necessario che lo spettatore mantenga la testa perfettamente diritta, a causa della direzione di polarizzazione delle lenti. Un miglioramento in questo senso si ottiene applicando due polarizzatori circolari, uno orario e l’altro antiorario.
La variante più avanzata di questa tecnica consiste nell’utilizzo di occhialetti “attivi”. Questa tecnica sfrutta un proiettore a velocità doppia, che mostrano sullo schermo fotogrammi alternati, prima per l’occhio destro e poi per quello sinistro. Gli occhialetti attivi son dotati di lenti LCD che passano velocemente da trasparenti ad opache, in sincrono con le immagini sullo schermo, facendo in modo che ciascun occhio veda solo i fotogrammi ad esso riservati. Questo sistema è molto efficace e permette la miglior separazione delle immagini. Tra gli svantaggi però ci sono l’alto costo degli occhiali (che integrano un bel po’ di elettronica) e una diminuzione di luminosità del 50%.

Il terzo ed ultimo sistema per la visione 3D è l’autostereoscopia, la cui implementazione prevede l’applicazione sul monitor di lenti cilindriche, costituito da una serie di semicilindri verticali, ciascuno largo 2 colonne di pixel. In questo modo, senza la necessità che lo spettatore indossi alcun tipo di occhiale, grazie alla deviazione del raggi luminosi che, partendo dai pixel, escono attraverso le lenti cilindriche, si ottengono zone in cui un osservatore vede con un occhio solo le colonne di pixel pari, con l’altro solo quelle dispari. Questo consente di ricreare l’effetto tridimensionale senza la necessità di adoperare alcun altro dispositivo. L’autostereoscopia ha però alcuni svantaggi non trascurabili: lo schermo deve essere di dimensioni contenute, la sua definizione viene dimezzata (per via dei filtri) e, affinché lo spettatore percepisca correttamente l’effetto 3D deve trovarsi nella zona di visione imposta dal filtro.

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Commenti

 

Ciao giova9_79, sono uno degli amministratori del sito, non posso fare a meno di farti i complimenti per il tuo articolo. bravissimo davvero e grazie.

Inserito 21 gennaio 2010 ore 08:08
 

Bravo, scritto con competenza e in ottimo italiano, cosa assai rara di questi tempi

Inserito 21 gennaio 2010 ore 09:30
 

Grazie per i complimenti. Son contento che abbiate trovato l'articolo di vostro interesse.

Inserito 22 gennaio 2010 ore 01:06
 

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