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Guida: Vivere La Thailandia - Iv Parte


3 marzo 2011 ore 14:37   di erpidi  
Categoria Viaggi e Turismo  -  Letto da 349 persone  -  Visualizzazioni: 622

Guida a vivere la Thailandia - IV parte: A cosa stare attenti. Paese che vai usanze che trovi si dice, per capire un Paese bisogna innanzitutto essere umili nel giudicarlo. Siamo abituati a pensare che il nostro sia il più bel Paese al mondo. Sbagliato e giusto. Giusto perché è bello essere orgogliosi del proprio Paese. Sbagliato perché se il mio Paese è meglio degli altri, io li denigro. Se denigri qualcosa in partenza come puoi giudicarlo?
Dal basso della mia personale esperienza “estera” (negli ultimi vent’anni ne ho vissuti fuori dall’Italia quindici. USA, Spagna, Thailandia, Inghilterra.) ho sempre cercato di scordarmi di essere Italiano per avere un approccio il più umile possibile, senza scordarmi mai di esserlo.

Il nostro esser Italiani in alcuni Paesi del mondo può creare dei problemi e per sciocchezze si può finire nei guai, non necessariamente legali, ma sempre imbarazzanti. Tenendo sempre a mente che l’essere stranieri in terra straniera non vuol dire essere esenti dal rispettare le leggi e le regole locali per quanto strane e assurde possano sembrarti.
In Asia poi, specialmente fra i popoli non caucasici (cinesi, giapponesi, coreani, vietnamiti, thailandesi et similia), c’è il problema della “faccia”. Cos’è la faccia per questi popoli? È l’equivalente della “dignitas” di origine romana. La dignità personale. Il non offenderla, il difenderla, il non permettere di offenderla sono essenziali per tutti quei popoli ed affonda le sue radici in millenni di abitudini a questo atteggiamento che anche oggi nel ventunesimo secolo non possono essere disattese. Alcuni fanno risalire questo costume al sovraffollamento che è sempre stata una caratteristica di vita di questi popoli. Vivere in ambienti ristretti non dà spazi per una certa qual privacy. A quel punto ogni individuo è stato costretto a crearsi un suo spazio personale, all’interno della propria mente, costringendovi le proprie sensazioni e i propri stress. Ovvio che tale costrizione, non trovando sfoghi agevoli, influisca sulla vita di relazione. Far perdere faccia ad un orientale è una delle offese più gravi che gli si possano arrecare. E per noi occidentali una delle più facili da commettere. Per mera ignoranza (dal latino ignosco: ignoro). Talmente radicato è questo concetto che solo quegli orientali realmente abituati a trattare con noi Occidentali non ne vengono toccati. Ma gli strati delle popolazioni che non hanno subìto una “full immersion” nella nostra cultura rimangono strettamente (atavicamente) vincolati a questo vincolo. Far guadagnare faccia o farla perdere a volte può fare la differenza fra il successo o il fallimento di una iniziativa. Se lo si fa nel corso di una visita turistica, può esser un problema marginale, quando entrano in ballo relazioni di lavoro, reciprocità o affetto allora si affacciano veri problemi che possono sembrare assurdi all’esterno. È una delle interpretazioni al concetto del Mito della Caverna nel dialogo La Repubblica di Platone [se tu fai crescere un bambino in una caverna col volto perennemente fisso alle pareti cosicchè lui possa vedere solo le ombre proiettate dal fuoco, queste ombre diventeranno la SUA realtà nonostante tutto].
Venendo alle gaffes da evitare in molte situazioni di relazione con i Thailandesi (ma anche con quasi tutti i popoli dell’Estremo Oriente) ecco cosa bisogna cercare di evitare non solo per evitare dispute, ma anche più semplicemente per non offendere i nostri interlocutori.


Cominciamo dal fatto che la cultura Thai sconsiglia i contatti fisici in pubblico. Ciò include soprattutto la nostra stretta di mano, ma non solo. L’atto di congiungere le mani vicino al viso ed inchinare leggermente la testa supplisce, ma non così semplicemente. È un gesto o fra eguali (per età o condizione sociale) o da una persona più giovane ad una meno giovane o verso chi ci è superiore per posizione sociale. Fra eguali lo si ricambia (sempre sorridendo!), se noi siamo i “meno giovani” ringraziamo con un leggero inchino della testa ed un sorriso. La terza situazione è un pochino più complessa (per un semplice saluto…). In un negozio, in albergo, in Banca sono gli impiegati a salutare così e noi risponderemo col cenno del capo, con un sorriso ed un grazie [kop-cum-kap o kop-kum-ma-kap: grazie o grazie tante(l’ho scritte come si pronunciano)], se chiediamo un’informazione ad un poliziotto possiamo solo ringraziarlo ma non fargli il Wai (il saluto a mani giunte si chiama così) che invece un Thai di ceto medio gli farà in quanto un poliziotto ha uno status a lui superiore. Complicato vero? Ma questi sono Paesi complicati.
Ho già detto come, se fossimo invitati in un’abitazione Thai, sia un gesto obbligato levarsi le scarpe sempre. È un atto non solo di rispetto, ma anche (soprattutto) di igiene (all’ingresso di ogni bagno troverete sicuramente ciabatte da indossare quando si usano i servizi). Mobili come divani poltrone o sedie a cui noi siamo abituati sono prettamente di origine occidentale e non sempre e dovunque usati. Le sedie Thai sono per lo più di legno e scomode, usate precipuamente per occasioni formali. In una casa di un villaggio (ma anche in molte case di Bangkok o Chiangmai o Khorat) ci si siede per terra magari a con un cuscino a forma piramidale per appoggiarsi, i tavoli per mangiare sono bassi quando non si servono i cibi su stuoie (i cibi sono serviti su piatti di portata e ci si serve nei propri piatti da questi. La prima ciotola di riso viene per consuetudine servita dalla donna della casa). Si dorme su letti bassi o su tatami appoggiati su stuoie (il tatami è un materasso alto pochi centimetri) che di giorno vengono tolti lasciando spazio a disposizione. Il pavimento è in legno. Con tali usi è ovvio che le scarpe che, ricordiamocelo, raccolgono tutto lo sporco delle strade, siano tolte obbligatoriamente. Dopo le prime esperienze (una delle quali imbarazzante: un bel buco sul calzino….) mi ci son abituato subito ed anche ora che son tornato in Italia mi risulta molto scomodo tenermi le scarpe in casa.

Sempre nelle more del fatto che i Thai non amano i contatti fisici, toccare un bambino in testa può esser visto male (specialmente se il bambino non lo si conosce), anche toccare in testa un adulto, se non si è intimi con lui, può esser un’offesa. Anche nei casi di amicizia con Thai (e posso annoverarne molti di amici Thai) mai mi son lasciato andare a quelle esternazioni fisiche che posso avere con amici italiani (pacche, contatti fisici come prendere sottobraccio un amico eccetera), soprattutto dopo le prime figuracce, perdonatemi grazie all’intelligenza del mio interlocutore.
Gesticolare, parlare ad alta voce, inveire, discutere animatamente con un Thai sono segno di massima maleducazione e si ottiene quasi sempre un irrigidimento negativo del proprio interlocutore. Sorridere, tenere le mani basse, parlare a voce bassa o media son sempre gestualità, modi di proporsi, che troveranno risposte positive e disponibilità.
La propria donna, fidanzata, moglie o compagna occasionale che sia, non si tocca mai in pubblico, né la si bacia. Con i figli è consentito. I Thai semplicemente adorano i bambini. Raramente li picchiano e viene visto non di buon occhio chi lo fa. Per esperienza diretta (ho una marmocchia di 8 anni) basta rimproverarla in maniera dura per ottenere ubbidienza immediata. I bambini Thai sono molto precoci ed indipendenti. Abituati come sono a doversela sbrigliare da soli in famiglie spesso numerose. Un’esperienza diretta vissuta sulla mia pelle: durante i disordini a Bangkok di un anno fa, mia figlia per curiosità si allontanò da casa per “andare a vedere”, sfortunatamente mia moglie e la sua famiglia vivono abbastanza vicini a dove avevano luogo quegli scontri. Son stati minuti di puro terrore anche per me che ero in Italia ed ero stato subito avvisato da mia cognata, finchè tutto finì in una bolla di sapone. La mia famiglia abita in un enclave, non ci sono strade dove passano le auto, ma stradine percorse solo da pedoni, biciclette e rare moto. Un quartiere dove convivono serenamente buddisti e maomettani. Nel mercato di osterie di strada vicino alla Moschea locale tutti conoscono la “figlia del Falanghe” (io), l’avevano vista passare da sola e le avevano chiesto dove andava, sentendo quello che lei aveva risposto uno dei ristoratori che io conoscevo di vista (un saluto passando o poco più) l’aveva bloccata e messa a giocare con altri bambini mentre cercava mia moglie per avvisarla. Questa correva da una parte e loro arrivavano dall’altra, 40 minuti lunghissimi per tutti. (continua)

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