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In Viaggio Con Gigi: Nascita Di Un Regista (1. A Parte)


2 aprile 2011 ore 00:45   di gigioliviero  
Categoria Viaggi e Turismo  -  Letto da 299 persone  -  Visualizzazioni: 519

Sapete cos’è il “fuoco sacro”? In parole povere è quella specie di droga, o meglio sarebbe dire quel virus che ti circola nel sangue da quando sei nato e molto difficilmente si riesce a mandare via. E’ quel desiderio irrefrenabile che porta alcuni verso una passione, e altri verso il suo opposto. Io, per esempio, sono nato con la voglia di mare dentro e non provavo alcuna paura quando giravo scene subacquee circondato da decine di squali (carnivori…). Eppure muoio di angoscia solo a pensare a uno scalatore aggrappato con le dita a un brandello di roccia instabile e con sotto mille metri di strapiombo. Che, forse, non sa neppure nuotare…

Ecco, allora io sono nato col pallino delle riprese. Non solo quello del cinema o dello spettacolo, come si suol dire. Quella, di solito, è una passione addirittura banale nella nostra epoca, letteralmente invasa da canali televisivi, veline, cantanti, ballerini, attori e mille mezzi di comunicazione. A me, sin da bambino, piaceva solo fare il regista per fare le riprese, cioè per acchiappare dovunque le immagini, portarmele via, lavorarle, aggiustarle, esaltarle e farle vedere a un mucchio di persone. Sperando, naturalmente, che ti facciano quel complimento che, è inutile fare gli ipocriti, è la vera droga del nostro lavoro. Sapere che il tuo lavoro è piaciuto alla gente. Che qualcuno ti dica, sinceramente, BRAVO!


Diciamo la verità, io sono stato molto fortunato, perché il mio destino, che doveva essere quella di un qualunque bambino napoletano nato nel dopoguerra da una famiglia molto umile, si trasformò presto in una futura grande avventura per merito di mio padre, un artista davvero straordinario.

Era nato a Posillipo, in una bella,a semplice famiglia e aveva mostrato subito una straordinaria predisposizione per la musica. Fu la madre a capirlo e, con grande sacrificio (e soprattutto tenendolo nascosto al padre, che non avrebbe certo capito e approvato quella scelta), iniziò a farlo studiare violino. Dovette acquistare uno strumento particolare, un “quartino”, cioè un violino piccolissimo, adatto alle piccole dita di un bambino di neanche 5 anni…

Il padre lo scoprì solo due anni dopo, quando fu invitato a un saggio di bambini in cui apparve, il suo figlioletto vestito da marinaretto che, da solo su un piccolo palcoscenico, attaccò a suonare una dolce melodia di Haendel.

La sorpresa si stemperò quasi subito in una lacrima di commozione, che significò, per il piccolo Gaetano (anzi “Nino”, come si sarebbe sempre chiamato in seguito) il lasciapassare per una carriera strepitosa, che lo avrebbe portato a vincere un Oscar e un Grammy in America e a musicare addirittura un film con Liza Minnelli (Nina).

Cresciuto, il giovane musicista si era sposato ed era stato costretto a “emigrare” a Roma per cercare fortuna. Una fortuna che la sua città, Napoli, non poteva certo dargli. Una città che, comunque, gli rimase sempre nel cuore, anche se, un giorno, l'avrebbe etichettata come "'A cchiù bella città 'e merda d'o munno!", che, malgrado tutto, è la più straordinaria dichiarazione d'amore che abbia mai sentito dedicare alla mia città.

Era andato a vivere in una stanza di un sottoscala a due passi dalla FIAT di viale Manzoni, dove lavorava come impiegato, vendendo le prime di quelle macchinette che avrebbero incanalato la nuova, devastata Italia, verso un futuro di rinascita, le mitiche Topolino. E fu proprio una Topolino, in un certo senso, a diventare la svolta della sua vita. Alla macchina, infatti, il giovane musicista aveva addirittura dedicato uno spot musicale, una canzoncina pubblicitaria destinata a propagandarla ("lo sai che ci vuol, per farti dir di sì? La 500 C, la 500 C!").

E proprio una 500, una mattina, si vide chiedere in acquisto da un distinto signore, cui il nostro, preso dai suoi eterni pensieri, non dette molta retta, provocandone una reazione molto severa e in linea con i tempi: "Lei non sa chi sono io!".
L'affermazione era troppo altezzosa e irritante per il giovane Nino, che, alzando gli occhi dallo spartito che stava riempiendo di nascosto, rispose candidamente: "No, veramente non lo so proprio. Chi siete, di grazia?" "Io sono il segretario del re dell'Afghanistan!".
Ed era pure vero, perché da anni il re afgano viveva in esilio a Roma. Ma mio padre quella cosa non la sapeva proprio, e l'affermazione fu facile preda del suo implacabile e sarcastico umorismo. Si alzò di scatto, tese la mano all'adirato signore e, con un finto, serissimo tono, se ne uscì con un serissimo: "Ma che piacere, io sono l'imperatore della Cina!!".

Naturalmente la cosa comportò il suo licenziamento su due piedi, cosa che fece perdere alla FIAT un pessimo impiegato, ma permise al il mondo della musica di accogliere un autore che avrebbe fatto molto parlare di sé.
Nino, infatti si presentò alla casa editrice Leonardi, una delle più importanti del tempo, situata nei presi di Fontana di Trevi, dove fu assunto (con un contratto capestro) come tuttofare. Correva l'anno 1951, non esistevano naturalmente televisione e juke-box. E figuriamoci i CD. Eppure il giovane talento riuscì, nel primo anno di lavoro, a comporre due straordinarie canzoni (naturalmente napoletane), che in breve, solo con la diffusione radiofonica, divennero due successi nazionali: "Nu' quarto 'e luna", con le parole di Tito Manlio, e "'O ciucciariello", con le parole del grande Roberto Murolo ("E tira, tira, tira 'oi ciucciariello, 'sta carrettella, tirala tu…").
Era un grande artista, Roberto, che divenne presto uno dei tanti illustri amici di famiglia, e che ricordo ancora, nel '58, venirmi a prendere a scuola (facevo la III Media) su invito di mio padre che l'aveva a pranzo, e che avrei intervistato con tenerezza, più di venti anni dopo, nella sua casa napoletana del Vomero, per una puntata del mio programma televisivo "Non canta Napoli".

Oramai il successo era arrivato, e proprio in quel mondo dello spettacolo che attirava anche me come una inarrestabile calamita. E anche per me il futuro era ormai segnato. Ma anche questa è un’altra storia….

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